Alberto Baldi, a cura di,
Sulle tracce del tarantismo.
Una lezione di Amalia Signorelli
2026
Formato 15x21, pp. 136, con un video in download, € 15
In offerta con il 5% di sconto
All’origine di questo volume c’è una lezione sul tarantismo in cui Amalia Signorelli ripercorre la spedizione in Salento di Ernesto De Martino del 1959, con una vivacità di esposizione e una ricchezza di dettagli che soltanto una protagonista di quella straordinaria esperienza poteva offrire.
Con non pochi elementi di grande originalità nel riconsiderare lo svolgimento e gli esiti di quella ricerca, nel suo racconto evidenzia in particolare la forza disvelatrice delle riprese fotografiche di Franco Pinna, come anche delle rilevazioni sonore di Diego Carpitella, mettendo in risalto la complessa articolazione di una ricerca animata dalla convergenza di competenze e saperi diversi. Nella stretta connessione tra immagini, parole e suoni, sembra così di ritrovarsi al cospetto di Maria di Nardò e delle altre tarantate e come proiettati, tra mura domestiche e la cappella di San Paolo a Galatina, nel vivo di esorcismi e rituali, grazie anche a una narrazione “multimediale” che offre allo stesso tempo una conferma delle grandi cacità comunicative e affabulatorie dell’antropologa romana.
La pubblicazione di questa lezione, tenuta nel 2006 presso l’Università di Napoli “Federico II” dove la studiosa a lungo ha insegnato e ripresa ora nel video allegato al volume tramite QR Code, ha costituito un’occasione per tutta la “scuola antropologica” partenopea di riflettere sull’opera e il lascito intellettuale di Amalia Signorelli, a poco meno di un decennio dalla sua scomparsa e a quasi settant’anni da quella fondativa ricerca sul campo che ha aperto scenari inediti per la cultura italiana.
Con scritti di Alberto Baldi, Fulvia D’Aloisio, Adelina Miranda, Gianfranca Ranisio, Enzo Vinicio Alliegro, Eugenio Zito e Tamara Mykhaylyak.
Dal saggio di Alberto Baldi
ANTEFATTI
In relazione soprattutto alla necessità di aggiornarci sulle ricerche in corso, ricerche che vedevano coinvolta a vario titolo e livello la schiera di dottorandi, addottorati, poi ricercatori che Amalia Signorelli coinvolgeva nelle sue indagini, soprattutto su quei terreni visti e analizzati in base alle coordinate di una antropologia urbana con epicentro nelle periferie di Napoli, ci recavamo nell’abitazione partenopea della studiosa in via Francesco Girardi.
Qui si dava inizio a intensi pomeriggi di lavoro. Amalia ascoltava tutti, chiedeva il punto di vista di ognuno di noi, suggeriva il da farsi annotando su un quadernone quanto emergeva dal fitto parlarci. Era coadiuvata da Lello Mazzacane sempre gradito in queste riunioni per le sue intuizioni e per la sua preziosa capacità di sintesi ma anche da Gianfranca Ranisio che nella pacatezza del suo eloquio celava un apprezzabile acume. Amalia faceva tesoro dei contributi di ognuno di noi ritessendoli in un ordito etnografico ma anche teorico che dava senso e pregnanza a codesti incontri. Capitava alle volte di rimanere a cena quando il lavoro esigeva di trattenersi oltremodo.
A fine serata ci si concedeva un po’ di relax prima di accomiatarci. Il nostro parlare, pur distendendosi ora su un più lieve livello colloquiale, continuava non infrequentemente a ruotare su tematiche antropologiche. Poteva accadere che la studiosa ci mettesse a parte di questioni di natura teorica ma pure attinenti al terreno, al modo di “viverlo”, a una etnografia partecipata e autoriflessiva apparecchiata a fronteggiare e risolvere problematiche complesse. Erano dei flash preziosi che dal mio punto di vista assumevano la natura di interessanti “dietro le quinte”. Sul filo della memoria Amalia evocava episodi relativi alle sue esperienze di ricerca, da San Cataldo in poi, attinenti soprattutto all’epoca demartiniana.
Assieme a Lello ci trovammo d’accordo sul fatto che sarebbe stato opportuno impostare delle videointerviste mediante le quali lasciare debita traccia di questa ricca memoria orale della studiosa. Amalia, insomma, pur guardinga nei confronti del “visuale” come ella lo chiamava, nei fatti serbava in sé doti espressive indubbie, non disgiunte talvolta da una carica visiva che rendeva maggiormente denso il suo dire.
In più di una circostanza provammo dunque a prospettare alla studiosa la cosa ma ella si scherniva puntualmente. Dovevano ancora venire gli anni nei quali la “Professoressa Signorelli” sarebbe diventata la professoressa di tutti sbarcando nei palinsesti televisivi, divenendo personaggio di spicco nei talkshow dove, di nuovo, sfoderava come in un’aula universitaria le sue doti comunicative duettando scioltamente in consessi intrinsecamente audiovisivi. I tempi, insomma, non erano ancora maturi.
Ciò nonostante il non poter serbare tracce di cotante e pregnanti testimonianze attraverso opportune registrazioni digitali, possibilmente concordate mediante appropriate scalette, mi parevano tutte occasioni perdute.
Accadde una volta che in via Girardi mi recai per impostare parte delle lezioni relative all’insegnamento di Antropologia urbana, di cui Amalia aveva ottenuto l’istituzionalizzazione e l’inserimento nell’offerta didattica della Facoltà di Ingegneria edile e Architettura della Federico II dopo anni di sperimentazioni interdisciplinari con ingegneri e architetti. Nel corso di codeste sperimentazioni, volentieri e a più riprese, Lello e io, su esplicita richiesta di Amalia, realizzammo, un certo numero di fotografie a supporto delle lezioni dedicate all’analisi di convergenze e rapporti tra antropologia e urbanistica.
La studiosa per mettere in evidenza le diverse modalità mediante le quali l’utenza di edilizia popolare ottiene e poi modifica la relazione con gli immobili assegnati e con i luoghi in cui sorgono, aveva scelto di farsi orientare da un photoreportage in costante implementazione che, appunto, assieme a Lello, alimentavamo periodicamente. Tornando a quel pomeriggio in cui avevo raggiunto la studiosa nella sua abitazione, mi trovai dinnanzi una Amalia in qualche modo “inedita”.
Ella sciorinò sul tavolo un consistente numero di diapositive a colori 35mm che prese a osservare con attenzione mediante l’ausilio di un visore che da tempo mi ero premurato di fornirle. Costruì delle sequenze e mi segnalò come dovessero essere integrate da altri scatti che esigevano il ritorno sul terreno. Non potetti non meravigliarmi del modo in cui, in totale naturalezza, aveva costruito tali sequenze con particolare attenzione agli aspetti sia denotativi che soprattutto connotativi delle immagini. Sembrava una consumata redattrice di un settimanale alle prese con l’impaginazione, con gabbie tipografiche e menabò, con colonne, colonnini e stamponi
Il video
Introduzionne e presentazione dell'équipe demartiniana 00:30
Caratteri e significati del tarantismo 09:56
La terapia a domicilio 29:04
Nella Cappella di Galatina 37:38
Note di metodo 54:16
Invocazione a San Paolo 1:07:55
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Docente di Antropologia culturale presso l’Università “Federico II” di Napoli, dove dirige il MAM– Museo antropologico multimediale, e direttore della rivista “EtnoAntropologia”, Alberto Baldi si dedica da tempo alle fonti visive colte in una prospettiva antropologica. Per Squilibri ha pubblicato Magie di mare, Emigranti cineasti, Magnifici Mirabili Misteri , con Paola Pisano, e, con Tamara Mykhaylyac, L’impero allo specchio.
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