Piero G. Arcangeli, Giancarlo Palombini
(a cura di)
Musiche tradizionali dell'Umbria
In distribuzione dal 20 aprile, ora in pre-order a 20 euro invece di 25
Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1958)
2026, € 25
Formato 14x19, pp. 196, 19 foto in b/n
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Nel 1958 Diego Carpitella e Tullio Seppilli sono di nuovo in Umbria, assieme al fotografo Ando Gilardi, per portare a termine la ricerca sul campo attorno a una tradizione di canto contadino ancora sorprendentemente viva. Due anni prima avevano coperto un tratto del contado e della montagna umbra, da Città di Castello fino a Norcia, ora toccano numerose altre località, muovendo da Perugia e Todi verso Amelia, Polino, Arrone, Stroncone e Parrano, dove riscontrano repertori e modalità esecutive parzialmente differenti.
Le strutture del canto bi-vocale, in particolare, risultano perlopiù ‘autonome’, quando non contaminate con forme tipiche della confinante Sabina, mentre è di grande rilievo la ‘scoperta’ di cantori e cantatrici che, da Dante Bartolini a Villalba Grimani, saranno poi protagonisti di altre indagini in Valnerina, tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso. Realizzata in una manciata di giorni invernali, anche questa seconda campagna in Umbria documenta l’esistenza di tutti i modi e gli stili vocali e polivocali presenti allora nella tradizione centro-appenninica, in alcuni casi ancora ‘in funzione’, dagli stornelli sul lavoro a quelli a dispetto, dalle pasquelle alle questue primaverili e ai maggi, dall’ottava rima alle ballate narrative.
Un materiale prezioso, restituito all’ascolto nei due CD allegati al volume e corredato da trascrizioni musicali e da analisi comparative, oltre che da molte fotografie, alcune delle quali inedite.
Qui il volume con due cd allegati sulla prima spedizione in Umbria di Seppilli e Carpitella del 1956
dall'introduzione di Piero Arcangeli
(…) Per certo quello che allora imparavamo a conoscere[i] con stupore e devozione, oggi rischia la riduzione a ‘genere di nicchia’: la tradizione musicale orale come quei musei della civiltà contadina sparsi a macchia per i territori delle aree interne d’Italia, a cura di avveduti sindaci di piccole comunità. Eppure no, in verità non possiamo dirlo: è un’altra cosa, ché le zappe e gli aratri a chiodo arrugginiscono in stanzette umide; ma la musica no, non arrugginisce, grazie al fatto un po’ paradossale che la sua natura aerea e metamorfica si adatta ai cambiamenti d’epoca e di costume, mantenendo vivo – attraverso trasformazioni imprevedibili – un nucleo di senso non comune e una luce sua propria, d’intenso bagliore.
Il merito maggiore della perdurante stagione della riproposta di musiche tradizionali e/o etno (il folk-revival, se non suonasse fuori moda, riduttivo e in certi casi fuorviante) – al di là dell’artigianato del divertimento, che resiste con il suo multilinguismo ad ogni facile omologazione culturale – è la curiosità che di rimbalzo può suscitare per le fonti originali, con la conseguente scoperta di un paesaggio sonoro inaudito e pressoché inesauribile.
Quelle fonti orali sono state raccolte – magari con una certa ansiosa fretta, in Italia, e non sempre con criteri e obiettivi ‘scientifici’ – quasi tutte fra la fine degli anni ‘40 e e buona parte degli ‘80: neppure un quarantennio, appena sufficiente (e appena in tempo) a documentare l’autunno di un mondo musicale, poetico e coreutico. L’autunno di una civiltà della terra. È vero poi che, per diversi casi, l’inverno è stato non più che una letargica sospensione d’interesse, prima della loro ripresa diffusiva non proprio marginale, gelosamente coltivata fin dentro il secolo corrente.
Chi scrive non crede che si tratti di una questione di ‘radici’ o di nostalgia identitaria per quando “si stava peggio ma eravamo giovani”. Senza nostalgie ideologiche, basta riconoscere che alcuni repertori conservano ancora oggi molte delle loro ragioni funzionali. È chiaro insomma che le forme di canto, di musica e di ballo legate al ciclo stagionale propriamente contadino – quindi al lavoro e alla sosta, ai giorni delle opere, alle notti di veglia e alla festa, nella contraddittorietà dei suoi segni – sono inevitabilmente uscite dall’uso con il superamento di modi di produzione che oggi diciamo pre-industriali. È altrettanto vero che altre forme espressive – cadenzate sul ritmo lento ed economicamente meno determinato della vita delle comunità e dei loro persistenti “riti di passaggio” – hanno invece mantenuto una loro funzione, esplicita o latente, una qualche motivazione festiva, magari mutata di senso: si tratti di pervicace de-vertimento fanico o di ‘banale’ e consumistica evasione dal quotidiano, quanto meno per le ultime generazioni del Novecento…
Ed oggi, a due decenni dall’inizio del terzo millennio quelle forme espressive, trovano una rinnovata vitalità – forse non residuale – nella pur incerta, contraddittoria, ancora marginale ma in qualche modo necessitata tendenza alla ‘restanza’ o al ritorno: ad abitare la campagna, a lavorare la nostra terra intossicata, anche come forma di resistenza individuale o di piccolo gruppo. Una resistenza che fatica a diventare coscienza sociale e affermazione diffusa di stili di vita alternativi alla progressiva distruzione di habitat naturali e antropologici.
Alcune forme espressive tradizionali, insomma, vivono o rivivono trasformate, per una qualche necessità. Sono, ad esempio, i canti rituali contadini già ‘di questua’ (il banchetto comunitario è passato un po’ dovunque in sottordine), in modalità secolarizzata e inclusiva: interi paesi - soprattutto delle aree interne - che all’arrivo della primavera cantano e/o drammatizzano la Passione o il Maggio ... Il desiderio collettivo di uscire dalle circonvallazioni urbane con la ‘buona stagione’ – il cui inizio è oggi segnato dallo scattare dell’ora legale – rimanda a perdute interazioni città/campagna o ne propone di inusitate. E si moltiplicano le sagre di paese che fino all’autunno imbandiranno cene all’aperto con prodotti rigorosamente biologici o comunque ‘a km0’ (in realtà non sempre con pertinenza filologica rispetto a quello che effettivamente offrono i territori, ma poco importa), fino all’exploit della “Sagra delle Sagre” nella zona ex industriale perugina. E in città non si scherza: la “Perugina” non è più perugina e neppure italica, ma in compenso vi è esploso l’Eurochocolate.
In parchi urbani e suburbani o in casolari restaurati si organizzano concerti a ballo autoctoni o importati da più o meno improbabili Sud del Mondo; si sprecano i laboratori di saltarella e di pizzica tarantata per tutte le età e perché no anche in Padania, le scampagnate fuori porta verso siti archeologici e riserve naturali, i centri polivalenti ospitano apericene dove si beve e si fuma (quanto e dove si può); dagli archivi di piccoli comuni e parrocchie spuntano secolari statuti e osservanze per giochi, ed esultanze documentate una tantum ma destinate ad essere ripetute in perpetuo
Per non dire degli Alberi di maggio, delle ruzzole di forme di cacio, dei solchi notturni, dei Ceri, delle Barabbate e dei Pugnaloni – qualsiasi nome prendano in loco -; delle feste urbane dei fiori sempre affollate, delle stradine di contrade infiorate per il Corpus Domini o per le tante Madonne del calendario (dal 25 marzo al 15 agosto fino all’8 dicembre), delle rievocazioni storiche che imbandierano a turno “i borghi più belli d’Italia” e i loro rioni a gara, di piccoli paesi semi-abbandonati che diventano mostre permanenti di street art o di graffiti e di murales, per il godimento di frotte turistico-famigliari, che poi non vi trovano neppure parcheggi e toilettes. È l’Italia riconvertita a parco-giochi e rimembranze.
Certo, “non ci sono più i poeti di una volta” e le gare di poesia ‘a braccio’ non si fanno più in osteria o nelle ‘frasche’, ma – uscite dai luoghi deputati – le trovi in strada o in chiese sconsacrate e ristrutturate come auditorium (orgogliose risposte civiche alla gentrificazione dei piccoli borghi o dei quartieri storici, quando non ai più disastrosi terremoti). A cantare in ottava rima sono i figli o i nipoti magari laureati di quei pastori mitici che si costruivano zampogne e ciaramelle nei tempi lunghi della pastura e della transumanza.
(...) Cosa invece abbiamo perduto senza rimedio, col tramonto dell’età agro-pastorale? Per certo (forse) le loro voci. Per venire a questa pubblicazione: il metallo vocale delle sorelle Grimani di Stroncone (già cosa rara al tempo della raccolta del ‘58, qui documentata), la loro gamma sonora, l’energia comunicativa, la forza del cantare ‘a distesa’, dalle valli alle colline e ritorno, non ci sembrano – senza mettere limiti alla natura – replicabili ‘in cultura’.
E, insieme alla virtuosistica tecnica di emissione dispiegata nelle intonazioni a due voci, diamo per perduti tutti i vatocchi, gli stornelli a recchia o a malloppu. Una caduta resa più rapida e rovinosa dalla perdita della loro funzione esplicita e dichiarata: nel giro del decennio Sessanta, la meccanizzazione dei lavori più faticosi, a cominciare proprio dal ciclo della mietitura, ha reso obsoleti, se non grotteschi, canti tanto espressivamente – e ritualmente – connessi a quella particolare situazione/occasione, alle fatiche e ai momenti necessari di sosta, alla separazione temporanea di coppie, all’incontro con forestieri e forestiere, venuti/e ad opera dai paesi e dalle regioni limitrofe.
i 2 CD
CD 1 Casamanza, La Borgia, Casemasce, Pantano, Polino
1. Sulla paglia un bel bambino 0:17
2. Al mondo ‘n mi farìa tanto pregaro 1:41
3. Fiore di lino 0:43
4. Io canterìa se cantar sapesso 2:10
5. Fiore di riso 2:13
6. Dalle stelle in una grotta 1:31
7. E l’ho portate le nove di maggio 3:10
8. È preparata l’ora 3:50
9. Fa’ la ninna e fa’ la nanna 0:17
10. San Bartolomeo 0:15
11. Intervista su Pia de’ Tolomei 1:57
12. Il diavolo 2:46
13. Io ne vengo da lungo viaggio 1:06
14. E la mia mamma l’è vecchierella 5:11
15.Figlio ritorna figlio 1:30
16. Questi signori m’hanno detto canta 2:58
17. Ma me l’è date le promesse tante 3:06
18. E mi son partito de su le cimate 0:47
19. E questa sera si canta all’oscuro 2:00
20. E da Polino noi semo arrivati 1:15
21. Avete l’occhi neri e mi guardate 3:15
22. Mazurka 1:53
23. In questa strada ci passo cantando 1:12
24. E la mattina quando che vi levate 4:06
25. La prima vorta ch’io m’innamorai 5:06
26. Pollino è situato sopra un monte 2:27
27. Negli anni che dei Guelfi e Ghibellini 10:16
28. Intervista su “Pia de Tolomei” 4:39
durata totale 74:32
CD2 Vallecupa, Santa Lucia, Parrano
1. Trovandomi dentro ‘na oscura valle 8:12
2. Bella che ne venite da levante 1:09
3. E avete l’occhi neri e ‘l petto bianco 2:23
4. E lo mio amore che coglie l’uliva 1:08
5. Da tanto tempo non fo più cantata 2:58
6. Quando che spunterà la prima stella 8:00
7. Saltarello 0:50
8. E vengo da lontano e lungo viaggio 3:11
9. ‘Na lettera vi mando e una vi scrivo 4:50
10. Amore amore non me ne fa’ tante 0:40
11. Me ne vengo da li Ciocchi 1:30
12. Le grazie a migliaia e la vergine beata 5:42
13. Intervista sulla Passione narrativa 2:49
14. E preparando un’ora 4:20
15. E questi quattro giorni de lo mète 1:18
16. E da tantu tempu non ho più cantato 2:43
17. Vattene bella da quella finestra 2:59
18. E quando spunterà la prima stella 2:31
19. Ninna nannò 1:18
20. Sega segòla 1:17
21. E Argentina va in cantina 0:34
22. Sia lodato Gesù Cristo 8:10
23. O capo falce de la mano bona 1:06
durata totale: 71:30
Alcune foto di Ando Gilardi
Etnomusicologo e compositore, già direttore del Conservatorio di Terni, Piero G. Arcangeli si è laureato con Tullio Seppilli e ha studiato composizione con Roman Vlad. Ha collaborato con Diego Carpitella, Pietro Sassu e Roberto Leydi e ha condotto ricerche in molte regioni italiane. Per Squilibri ha curato, con Valentino Paparelli, il volume sulle registrazioni umbre di Carpitella e Seppilli del 1956 e ha pubblicato Donna, voja e fronna, un suo progetto musicale ispirato da queste raccolte umbre, affidato a Lucilla Galeazzi con l'Umbria Ensemble.
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Allievo di Tullio Seppilli, Giancarlo Palombini, è stato docente di Etnomusicologia presso l’Università degli Studi di Perugia dove oggi insegna Patrimoni sonori per la Scuola di specializzazione in Scienze demoetnoantropologiche. Con all'attivo ricerche e publicazioni sulle tradizioni musicali dell'Alta Sabina e dell'Umbria, lavora alla catalogazione etnomusicologica e si occupa dell’archiviazione e del restauro sonoro digitale.
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