
GIORGIO OLMOTI, Ai passi, all’altrove, alla felicità
Un attimo dopo la grande peste. Eravamo partiti come facciamo da tutta la vita nostra. Da Torino a Milano per una serata in teatro a raccontare il nostro "Moby Dick e altre ballate del mare". Io e Ste, Federico e Matteo. Gente che a dirla amica gli farei un torto, che piuttosto la famiglia è quel pugno di persone che scegli perché ti somigliano e sono diverse, ridono con te e di te e per loro fai lo stesso, e loro sono la mia famiglia, la mia razza senza pedigree. Tutti stipati in una macchina, come è capitato milioni di volte. Andando piano per non consumare troppo, fermandoci in mille bar e consumando noi molto più di una macchina potente e di prestigio. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno.
Arriviamo al teatro e c'è un cancello e una vecchina che fa la portinaia e vive in una stanzetta che ci viene voglia di chiederle se ci fa un risotto con l'ossobuco e siamo già pronti a andare a farle la spesa e ci siamo dimenticati dello spettacolo. Ma la scaletta scritta a matita e le prove fatte in macchina per quei sedici secondi di attenzione condivisa sono un obbligo che ci richiama alla realtà. Il teatro è piccolo e defilato, fosse la prima volta, ma è bello. A riceverci un personaggio che definirò con vaghezza enigmatico, perché per tutta la sera ci guarda come se quelli strani fossimo noi e quasi non ci rivolge la parola. Montiamo tutto e, come da prassi, ce ne usciamo a cercare un bar scasso, alieno il giusto. Niente, siamo in un quartiere di gente per bene e stanno facendo il coprifuoco, è domenica ma così è troppo, roba che ti vien voglia di non tornare mai più a casa per i giorni che verranno. E ridiamo come ridiamo sempre tra noi. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno.
Davanti a una pizzeria. Le luci accese. Ci affacciamo alla porta e chiediamo quattro bicchieri di vino. "Non possiamo farvi entrare solo per un bicchiere di vino, se volete vi diamo quattro bicchieri e lo bevete lì fuori" "Ma piove" "Non possiamo". Ridiamo più forte e ci diciamo che Milano è troppo raffinata per noi se una pizzeria, che fa schifo a guardarla, ma ha i tavoli disegnati da un geometra del catasto che si crede un artista, può tirarsela al punto da tener fuori noi che ovunque veniamo accolti dagli osti come fossimo gli unti del signore. Ovunque ma non lì. Restiamo con i calici sul marciapiede e piove. Non facciamo caso al fatto che ci stanno versando un anticipo sul disagio a tenerci fuori dal locale con la consumazione da asporto, che per me l'asporto è una roba che riguarda la milza o la cistifellea quando stai inguaiato. Una bevanda sconosciuta che chiamano impropriamente vino. Lo buttiamo nel tombino. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno.
Poi torniamo dentro, l'uomo del teatro pare non abbia mai visto prima l'impianto audio, il suo impianto audio a voler essere precisi, e ci arrangiamo. Lui guarda verso punti lontani, mette a fuoco all'infinito ogni volta che ingombriamo il suo campo visivo. Infastidito. Ci dice che abbiamo lasciato l'auto in un posto che non c'è problema, se non fosse per il vicino che rompe i coglioni e danneggia le auto. Ci guardiamo. La macchina è la mia, una Lexus con trecentomila chilometri e rotti che mi ha lasciato in eredità mio padre e che ci sta accompagnando in giro ma che, lei non lo sa ancora, sta per essere completamente distrutta da un camion o qualcosa di simile in un parcheggio, non lo sappiamo esattamente cosa perché è scappato ma ha lasciato la macchina disintegrata. La Lexus era una macchina prestigiosa con gli interni in pelle chiara e il computer di bordo e lo stereo figo e un motore potente. Ha fatto un mucchio di strada e però mi ricorda mio padre e la riaggiusto sempre. Quando me l'hanno sbriciolata l'ho buttata via e m'è rimasto solo il pick up che mi hanno rubato solo qualche mese dopo, in pieno giorno davanti a un palazzo molto reale. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno.
Insomma ci ficchiamo in uno stanzino che lì chiamano camerino e potremmo fare un catalogo dei camerini della nostra vita degno di Breton e dei vertici creativi del surrealismo. Facciamo lo spettacolo. C'è pubblico e ci siamo noi e siamo felici. Raccontiamo le nostre storie. Va tutto bene così ma potrebbe andare meglio. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. A fine spettacolo la gente si ferma a parlare e sorridono tutti tranne l'uomo del teatro che resta serio e accigliato. La notte ripartiamo e mentre entriamo in tangenziale la macchina buca una gomma. Gli altri scendono su una rampa e io procedo piano verso un autogrill. Scendo e comincio a darmi da fare con il cric e poi realizzo che le gomme bucate sono due. Sullo stesso lato. Una cosa assurda a cui non crede nemmeno l'uomo del carro attrezzi. Ci carica e dice che di notte nessuno può aggiustarci la macchina. Può portare la macchina nel piazzale di un gommista e la mattina ci sistemeranno tutto. Decido di restare io. Gli altri riusciranno a prendere un taxi che non vuole avvicinarsi perché la zona è rischiosa e a tornare con il treno, l'ultimo, ma io resterò lì stoico con la mia macchina perfettissima, non la lascio sola. I soldi quello del teatro a fine serata non ce li ha dati e, capita raramente ma capita, non ce li ha ancora dati oggi se vogliamo essere precisi. Lo benedico spesso. E penso che forse il vicino dispettoso o forse la sfiga o forse vai a sapere. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. E qualcuno lo mandiamo a farsi benedire ridendo di noi e delle nostre storie sempre sghembe.
Mi lasciano in uno spiazzo tra un campo nomadi e un Macdonald aperto tutta la notte dove i barboni per stare al caldo dormono appoggiati ai tavoli, avvolti nell'odore di cibo industriale che fa quasi casa. Resto nel buio delle fabbriche. Provo a dormire nell'auto di notte, tutta la notte. Gli amici mi scrivono. Ogni tanto passeggio, piscio contro il buio e vado a farmi un caffè con la ciambella rosa che odio. Ho uno Spyderco aperto sul cruscotto e la macchina accanto alla mia ha la targa francese e l'hanno sfondata portando via tutto. Un enorme gufo vola in quel buio denso. Alle tre si spengono le luci del piazzale e resta sullo sfondo solo il Mac illuminato e sembra un quadro di Hopper. Viene l'alba e la fotografo e la mando agli altri e sono vivo e loro pure e poi aprono l'officina e cambio le gomme e spendo i soldi che non ci hanno mai dato per quella data. Torno a casa per pranzo. Ma è la vita che ci siamo scelti e non abbiamo mai preteso niente da nessuno. E il pranzo è il più buono che riuscissi a immaginare.
Ecco, noi non abbiamo mai chiesto niente a nessuno e ora, a distanza di anni che si rincorrono e non so più quanti, dubitiamo di averla mai vissuta questa vita e continuiamo a camminare sul filo per non essere inghiottiti dall’assenza. Sappiamo tener botta perché siamo nati nel segno dell’incollocabilità, come personaggi di Mutis rimasti con un piede sul molo e l’altro sul vecchio cargo rugginoso che galleggia in disaccordo con qualsiasi legge della fisica e dell’economia ma sta salpando ancora. Già, l’incollocabilità. Ne abbiamo parlato parecchio la notte in questi anni io e Federico. Alla fine delle serate o nella pace delle trasferte lungo la penisola d’estate. Una sorta di attitudine più che un impaccio. L’incollocabilità è qualcosa che ti ritrovi addosso e che non scegli. Puoi solo scegliere di stare fuori dai giochi o di essere in perfetta sintonia con il pensiero diffuso, comune, condiviso. E noi sempre fuori schema, fuori asse, fuori dalle strade maestre, sicure, a scriverne di nuove, infangati fino a non respirare a volte ma felici sempre. L’incollocabilità non ha una misura precisa: è lei che ti viene a cercare in tenera età e non ti molla più. Quella maledizione di non saper stare fermo in un luogo, in una casa, in un lavoro a prescindere dai tuoi proponimenti e dalle tue reali necessità. Sempre incollocabili. Senza volerlo e a volte senza saperlo. Come un animale dietro le sbarre allo zoo, messo lì ad evocare giungla e deserto e ruggito e preda a chi è assolutamente negato a ognuna di quelle esperienze ma ne sente il sapore. Incollocabili. Come un ululato di lupo nei bagni di un centro commerciale. Come una macchina parcheggiata lucida davanti al tuo sogno di viaggiare.
Ecco, noi che non abbiamo mai preteso niente da nessuno ma piuttosto ci siamo accordati con il giorno per farci portare a quello che sarebbe seguito poi siamo da sempre incollocabili. Sospesi sulla cresta dell’onda che solleva da poppa questa barca che si governa male ma che sentiamo debba ancora avere una possibilità e gliela diamo. Non siamo buoni a essere ricchi, non siamo buoni ad essere poveri, non siamo buoni a tacere, non siamo buoni a trovare le parole giuste. Incollocabili perché per scelta e per amore niente ci impedisce di guardare ancora una volta al cielo che, alla fine, è il tetto immenso dell’andare.
Questa forse è la cifra di una sospesa felicità, la cifra dell’assenza, del non lasciar correre l’ingiustizia, di provare ad acchiapparla questa vita, questa possibilità, ancora e ancora finché avremo fiato per farlo, ogni volta trasformandoci e mutando pelle, sempre incollocabili e forse proprio per questo sempre vivi. Anche se non abbiamo mai chiesto niente a nessuno, a tutti abbiamo regalato le chiavi del nostro andare.
MICHELE GAZICH, Se una notte d’inverno un cantautore
Sono a Venezia, riposo nel mio letto.
Ho dimenticato il telefono acceso e naturalmente squilla poco dopo la mezzanotte di una notte a dicembre. Senza poter guardare chi è perché non indosso gli occhiali, lo accosto all’orecchio con l’ansia con cui si accoglie un’inaspettata telefonata notturna: rumore di gente e di bicchieri e poi la voce gentile di Federico Sirianni: “Ciao, Michele, perdona l’orario, ma ti volevo chiedere se vuoi produrre il mio prossimo album. Tutto qui.”
La sincerità della richiesta nel cuore della notte mi porta a dire immediatamente di sì.
Qualche giorno dopo, Federico mi manda una registrazione de La Promessa della Felicità, la canzone che avrebbe dato il titolo a quest’album, e mi scrive: “La canzone sembra finita, sia nel testo che nella melodia, ma non è così, perché ciò che mi suggerisce all'ascolto non è una promessa di felicità, ma è una felicità raggiunta, acquisita, collocata. La promessa, la ricerca della felicità per me non ha nulla di certo: è un viaggio avventuroso, pieno di insidie e a serio rischio di fallimento. Tutto questo nella musica non si percepisce. Si percepisce quiete, armonia, sorriso. Non si percepisce la fatica, il pericolo, il terreno accidentato. Mi piacerebbe che in qualche punto ci fosse un inciampo, una dissonanza, un qualcosa che strida. Immagino un'introduzione che, melodicamente, con la canzone c'entri poco e racconti un percorso al buio. Perdona la confusione nella descrizione di queste sensazioni, ma non riesco a dirlo meglio”.
Faccio tesoro di queste parole, la canzone entra nelle mie orecchie per restarci e inesorabilmente inizia ad accompagnare le mie giornate. Ogni mio terzo pensiero è per La Promessa della Felicità e la ascolto ovunque: a casa, in viaggio, camminando, in macchina e anche in barca nella laguna... Cerco di farmi venire un’idea musicale che possa rappresentare la visione di Federico: cerco il terreno accidentato, il pericolo, la dissonanza, ma non li trovo. La bellezza è difficile e questa volta in particolare sembra proprio non concedersi al mio corteggiamento forse troppo pressante. Perciò concludo, a malincuore, che la canzone è già finita, che va bene così com’è, che non serve che io componga un’introduzione o altra musica.
Federico accoglie la mia conclusione, ma io so che è deluso: mi aveva chiesto qualcosa che non sono riuscito a dargli. Provo a rassicurare lui (e me stesso) e gli ribadisco che davvero va già tutto bene così e scrivo, con senso di sconfitta, un arrangiamento d’archi per decorare ciò che già esiste e la canzone sembra lasciare i miei pensieri.
Fino a una notte di febbraio, quando la canzone ritorna, torna a visitarmi, ma questa volta in sogno, “al buio” come aveva profetizzato Federico. E finalmente, almeno in sogno, suona come lui la desiderava: un violino taglia la notte a metà come fosse una mela e suona una musica inquietante, che riesce a quietarsi negli accordi iniziali della canzone, per riemergere poi carsicamente qua e là quando le parole non dicono. Solo alla fine della canzone, la musica inquietante si manifesta ancora appieno: inaspettatamente ma con decisione, come il ricordo di un amore quando affiora alla mente per ritornare al cuore.
Tutto ciò mi parve subito infinitamente meglio di quanto avevo pensato nei mesi precedenti da sveglio, presi due appunti su di un foglietto che avevo sul comodino e mi riaddormentai. La mattina dopo mi svegliai e scrissi tutto quello che avevo sentito in sogno. Appena in tempo, perché due giorni dopo lo studio era prenotato per la registrazione.
E fu così che la musica che Federico aveva desiderato ed evocato, la musica che io avevo tanto ricercato e infine sognato smise di fuggire e, come se niente fosse, si fece catturare dai microfoni, dalle mie mani e dalle mani degli altri musicisti come una promessa di felicità.Venezia, 15 febbraio 2025