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 Alberto Dubito, Disturbati dalla CUiete

Santa Bronx

contiene cd

2018, € 15 formato 19x14,  64 pp. a colori,  con un poetry comics di Claudio Calia

€15.00
€12.75

Santa Bronx è il nome che Alberto Dubito ha dato a un quartiere di una delle molte periferie da lui percorse: sono periferie ‘arrugginite’, luoghi corrosi da miliardi di passi, incrostati da disillusioni infinite, irrimediabilmente intaccati alle fondamenta, città addormentate e narcotizzate, vittime di una terapia del dolore che, nel momento in cui annulla la sofferenza e l’angoscia, consegna chi la pratica a un sonno che nega ogni futuro, a quello che potremmo definire, per l’appunto, un tempo ‘periferico’. Ma sono anche l’unico luogo dove sia possibile ridare senso a parole ormai logore, dove sia possibile suonare una musica che non accompagni la lotta, ma che sia, essa stessa, lotta.

Lungo le mille miglia del suo cammino, nei suoi testi e nelle musiche dei Disturbati dalla CUiete, si mescolano, attraverso frasi, suoni e immagini indimenticabili, rabbie, delusioni, speranze, sogni, progetti e utopie di un’intera generazione: una generazione di “pentole a pressione”.

Prima uscita di una nuova collana, Canzoniere, diretta da Lello Voce (coordinamento), Gabriele Frasca (poesia), Frank Nemola (musica) e Claudio Calia (comics e disegni)

Ascolta l'album su Spotify

Dall'introduzione di Lello Voce

 Lello Voce, Dubito e l’archeologia del futuro

 Una periferia a cui manca il centro.

 È difficile tentare l’analisi di una produzione insieme così tanto ‘precoce’, ma, per altri versi, del tutto matura come quella di Alberto Dubito e dei Disturbati dalla CUiete.

Quello che rimane tra le mani – a causa della brusca interruzione della loro attività – è come una serie di tasselli di un’unità esplosa: alcune parti sono rimaste visibilissime, altre probabilmente sono irrimediabilmente perdute. Il fatto poi che l’edificio di cui si parla non fosse affatto completato, ma avesse di contro fondamenta solidissime e un profilo ormai spiccato e riconoscibile non fa che complicare le cose. Ciò che toccherebbe fare allora sarebbe un’archeologia del futuro, un paradosso, quanto di meno prevedibile e ‘filologico’ si possa immaginare. Vale dunque la pena di provarci, a piccoli passi, ma con la certezza che tutto terminerà, per il critico, con uno scacco. Anzi, proprio in nome di questo scacco e come sgarbo scaramantico a ogni filologia.

Tenterò dunque soltanto una prima ricognizione, a partire da un topic certamente decisivo nella produzione di Dubito e che probabilmente non è solo un topic, un ‘contenuto’, ma è anche un suggerimento formale prezioso per avvicinarsi al nucleo caldo delle parole e delle musiche, delle performance di questo giovane artista e del suo complice, Dr. Sospè. Mi riferisco alla ‘periferia’, che torna ossessiva in tutta la sua produzione, direttamente chiamata a comparire, o allusa, implicata, celata sotto le mentite spoglie di questo, o quel panorama esistenziale, prima di tutto quello trevigiano, del quartiere operaio e ’zingano’ di Santa Bona, da lui ribattezzato Santa Bronx, o quello milanese.

Ciò di cui parlo, si badi bene, è però uno scenario, antropologicamente, poeticamente e urbanisticamente assai lontano dal luogo comune del rap come CNN del ghetto. E, ancor di più da certe periferie pasoliniane, più o meno miracolosamente baciate da primigenia innocenza. Intanto perché il ghetto, la periferia cui fa cenno continuamente la scrittura di Dubito, è qualcosa di molto diverso dagli slum dei primi anni 80 e poi perché ciò che Dubito fa è molto più che una denuncia, per quanto radicale, delle condizioni di vita penose e discriminate di questa o quella minoranza.

Ciò che Dubito cerca è lo strappo nella rete, il buco nel muro attraverso cui sfuggire a questo spazio, una dinamica che sia capace di essere insieme una fuga e l’atto fondativo di una realtà nuova, compiutamente immaginata e ancora incompiuta: ed anche questo, a pensarci bene, è fare ‘archeologia del futuro’. Ma procediamo con ordine.

 La periferia è ciò che sta intorno, etimologicamente. Stare in periferia significa dunque essere parte di un circondare, di un assedio, essere in prima linea verso l’esterno, essere l’ultimo brandello di ‘dentro’, vivere lungo la circonferenza di un cerchio. Ma cosa accade se il castello che si sta assediando, se il centro di quella serie di circonferenze concentriche che è un assedio, svanisce o anche semplicemente sfugge all’orbita e tende a posizionarsi sempre dove meno lo si aspetta? Cosa accade, se il centro, a cui ogni periferia si riferisce, diviene nomadico, si dissolve in un gioco di specchi che non fa che replicare un confine che nessuno potrà mai oltrepassare, poiché l’andare dentro coincide, sostanzialmente, con l’andare fuori?

Una periferia cui manchi un centro è sostanzialmente una retta che si avviluppa su se stessa, una figurazione alla Escher, o un anello di Moebius. È uno spazio che non ha più un ‘fuori’ e un ‘dentro’, è un luogo totale e diffuso, una rete infinita di relazioni insensate, illeggibili, percorribili solo a patto di non pretendere di trasformare il vagabondare in un viaggio, o in un percorso.

La geometria svanisce, per lasciare il posto a landscape frattali, che producono condizioni topograficamente ‘quantiche’, in cui ormai la certezza della misurazione (e dunque del giudizio), o dell’orientamento è inimmaginabile.

Non a caso quelle di Dubito sono periferie ‘arrugginite’, luoghi corrosi da miliardi di passi, incrostati da disillusioni infinite, irrimediabilmente intaccati alle fondamenta, città addormentate e narcotizzate, vittime di una terapia del dolore, che, nel momento in cui annulla la sofferenza e l’angoscia, consegna chi la pratica a un sonno che nega ogni futuro, a quello che potremmo definire, per l’appunto, un tempo ‘periferico’.

È per questa ragione, a mio modesto avviso, che quando si rivolge alla sua piccola città di provincia, pure così integralmente ‘globalizzata’, Dubito urla: “cara città, sveglia!”; è questa la ragione per cui il nostro è, per lui, un “paese per vecchi”, gli unici a cui sia concesso ancora ricordare il tempo in cui un qualsiasi percorso (un qualsiasi progetto) era immaginabile, proprio quelli che hanno fatto in modo che oggi questo non sia più possibile: “ho quasi vent’anni e già non vedo oltre le mie mani”.

La periferia, al di fuori del bipolarismo con il centro, spiazzata da una dialettica oppositiva, si tramuta in un luogo totalizzante, che è ben peggio di ogni ghetto: a tenere prigionieri non è un muro da abbattere, un confine da violare, ma più radicalmente l’impossibilità di qualsiasi orientamento. Ma questo luogo induce poi un tempo a lui simile, un tempo, cioè, altrettanto ‘periferico’, freneticamente immobile, smisurato e inafferrabile. Un tempo che non scorre, ma stagna, un tempo che ci precipita addosso e ci annega d’istanti, tutti troppo simili, indistinguibili.

Un tempo che non è più ciclico, né lineare, ma che piuttosto si limita ad avvolgersi su stesso, come un loop rimasto incantato sul disco rigido della nostra esistenza. (...)

Il CD

 1 STORIE ABBANDONATE 2:03

2 VENT’ANNI CONTRO 3:46

3 FRUSTRAZIONE 3:38

4 CIRCOLO VISCHIOSO 1:41

5 STAZIONI NELLE STAZIONI 2:12

6 VUOTI A PERDERE 4:24

7 LE PERIFERIE ARRUGGINITE 4:00

8 LE PERIFERIE ARRUGGINITE 2.0 2:05

9 LA CRISI DEI GIORNI SÌ 3:43

10 CARA CITTÀ – MASH UP! 6:28

11 IL CICLO DEI VINTI 2.0 3:36

12 NON C’È PIÙ TEMPO 2:14

13 MILLE MIGLIA 4:05

 

Il video di Non c'è più tempo

 

  

dubito
Alberto Dubito
(pseudonimo di Alberto Feltrin. Treviso, 1991-2012) è stato poeta, musicista, fotografo, street artist. Ha vinto vari poetry slam ed è diventato un punto di riferimento per le nuove generazioni di poeti e rapper. A lui è intitolato il Premio Alberto Dubito di poesia con musica

 

 

disturbati

 

Disturbati dalla Cuiete era un duo rap sperimentale composto da Alberto “Dubito” Feltrin (voce e testi) e Davide “Sospè” Tantulli (DJ e beatmaker). Davide continua tuttora la sua attività di musicista e sound designer.

 

 

Un’opera dunque che è un urlo di rivolta, speranza e disperazione, ma anche un oggetto artistico originale e maturo, sia sul piano poetico che su quello musicale, nonostante la giovane età dei suoi autori Eugenia Romanelli, Treccani.it 

Ascoltando il cd, che contiene tracce oramai introvabili e un inedito, si comprende bene perché dopo la sua prematura scomparsa Alberto Dubito sia diventato un punto di riferimento per la nuova scena italiana non solo “rap”, ma anche della nuova poesia. Sono brani scritti e interpretati con grande passione, costruiti su basi che spaziano dall’hip hop all’electro, passando per il punk e l’elettronica più dancefloor. Una combo libro+ cd imperdibile, che consiglio a tutti i rapper e i nuovi poeti Pablo, MilanoX

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