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Lello Voce, Frank Nemola

Il fiore inverso

contiene cd

Premio Nazionale Elio Pagliarani

2016, € 15
Formato14x19, pp. 72

€15.00
€12.75

A quattro anni dal Premio Napoli per Piccola cucina cannibale, la coppia poetico-musicale Lello Voce e Frank Nemola torna con un disco-libro di poesia che percorre sentieri sempre più avanzati nella ricerca di nuove forme poetico-musicali capaci di interpretare la contemporaneità, senza rinunciare alla possibilità di raggiungere ed emozionare un pubblico più vasto.

Con loro, come da ormai un ventennio, il suono inconfondibile e magistrale della tromba di Paolo Fresu e altri nuovi compagni di viaggio: la tagliente chitarra elettrica di Dario Comuzzi, la fisarmonica virtuosa e potente di Simone Zanchini, l’aspro e struggente violoncello barocco di Eva Sola, il rap duro, complesso e impegnato, di Kento, la viola coltissima e calda di Luca Sanzò, il malinconico e intensissimo violoncello di Irene Pardi. Tutti ritratti, in uno sketch-book, dalla matita scabra e acuta di Claudio Calia, tra i più innovativi autori italiani di fumetto.

La scommessa è sempre quella di rilanciare e rinnovare la poesia, restituendola alle sue origini quando, prima di farsi muta migrando nelle terre silenti della letteratura, era un’arte essenzialmente orale che, nel ritmo delle parole e nell’abbraccio della comunità, disvelava appieno il suo significato, culturale e politico allo stesso tempo.

La musica che ascolterete -quella delle parole e quella dei puri suoni- non vuole pertanto ‘accompagnare’ ma piuttosto ‘tradurre’. La musica illumina le pieghe del linguaggio, le zone oscure su cui si fonda, ma che nessuna parola può esprimere, perché ogni vera poesia è sempre un po’ analfabeta: è il ‘fiore inverso’, nella metafora del provenzale Raimbaut d’Aurenga, l’unico a sbocciare con le radici protese verso il cielo.  

Un ‘libro da leggere con le orecchie’, dunque, lasciandosi attraversare dai suoni, ballando, con i propri piedi e con il proprio corpo, i ‘piedi’ dei versi che il poeta ritma con la sua voce, accordandola alla musica, per offrirci un affresco sonoro e linguisticamente raffinatissimo del presente in cui la dimensione personale è sempre politica e la riflessione politica accetta il rischio della fragilità e dei sentimenti

Con un denso saggio di Voce che si configura come un vero e proprio manifesto di una nuova poetica dell’oralità.

Lello Voce è il migliore poeta che oggi c’è in Italia. (…) Con le sue grandi canzoni ci tuffa nel nuovo orizzonte di una poesia che immediatamente si fa canto, ritmo che insorge e si espande, che parla attraverso mille bocche cantando ferite e speranze delle nostre vite e del nostro tempo Nanni Balestrini 

Rabbia, disperazione politica e sociale, erotismo, sinistra guapperia, con una forza indiscutibile. (…) Questa poesia ascoltata mi ha affascinato Franco Fortini

 Ascolta Il fiore inverso 

 

Dal saggio di Lello Voce

(...) Una delle ragioni per le quali la poesia ‘muta’ e gli integerrimi custodi della letteratura, i critici letterari e i filologi, hanno avuto cura di rifiutare con costante fermezza ogni rapporto possibile tra poesia e musica, pur dinanzi all’evidenza storica di un dialogo costante e di una condivisione sentita a lungo come necessaria da entrambe le arti, è probabilmente proprio il bisogno di cancellare ogni memoria di un rapporto che, al solo ricordarlo, avrebbe posto di nuovo la poesia di fronte alla sua natura sostanzialmente orale e sonora.
Per altro verso, molti musicologi hanno storto il naso, intimoriti dal dover rinnovare il loro strumentario – ormai squisitamente musicale – con nozioni e attenzioni strettamente linguistiche e ‘letterarie’.
Se si pensa alla competenza metrico-prosodica, ma anche ‘musicale’, del Carducci, nell’analizzare, ancora alla fine del XIX secolo, i generi ‘misti’, dal Medioevo sino al Romanticismo, si resterà stupefatti di tale impoverimento degli strumenti ermeneutici della critica attuale.
In Italia, poi, la divaricazione tra poesia e musica ha una storia tutta particolare e particolarmente aspra, così come sostanzialmente noncuranti l’una dell’altra sono state le due corporazioni dei filologi e dei musicologi, almeno a partire dai primi del XX secolo.
Con tante eccezioni, ovviamente, come quella di Nino Pirrotta, musicologo insigne, che ai rapporti tra musica e poesia ha dedicato decenni di studio, sui cui sentieri mi ha condotto Stefano La Via.
Mi riferisco alla tesi del Contini studioso del Petrarca (poi ripresa, approfondita e ribadita dal Roncaglia) secondo il quale uno dei meriti dei poeti della Scuola siciliana sarebbe stato proprio l’aver sancito: “il divorzio così italiano (onde poi europeo) di alta poesia e di musica […] l’iniziativa, tanto vivace rispetto ai provenzali classici, d’avere in tutto disgiunta la poesia dalla musica”. La tesi è, però, come ampiamente dimostrato da Pirrotta, del tutto apodittica e fa una certa impressione a rileggerlo ora, quel “così italiano” che avrebbe certo fatto rabbrividire il De Sanctis, così come resta un mistero cosa il Contini trovasse di “vivace” in un divorzio che esiliava la poesia dal suono e dalla voce, relegandola all’immobilità del segno scritto.
Colpisce, oggi, rileggere anche un altro passo del Pirrotta sull’Arcadia, in cui a me pare di poter individuare la matrice di tante posizioni schiettamente conservative e corporative che sono ancora di circolazione comune: "dall’Arcadia in poi grava sulla letteratura italiana l’ombra di un persistente pregiudizio che, facendo aurea eccezione per la poesia cantata di tipo trovadorico, tende a considerare come inferiore ogni poesia destinata ad associarsi con la musica". Già: proprio così. 
Né si potrà negare che da atteggiamenti del genere non sia stata esente la stessa poesia sperimentale e della Neo-Avanguardia, almeno nel suo aspetto più conosciuto, che pure voleva se stessa profondamente anti-Arcadica. Per altro verso, nel corso dei secoli, i generi ‘misti’ hanno visto un impoverimento progressivo delle qualità del testo poetico, che ha fatto sì che molti di essi migrassero definitivamente in ambito musicale.
La stessa ‘forma canzone’, così come noi la conosciamo oggi e per come essa è praticata da un ventaglio vastissimo di autori e interpreti è, con buona probabilità, una di queste. Peraltro già dal Quattro-Cinquecento il rapporto tra musicisti e poeti è sostanzialmente interrotto e i madrigalisti preferiscono pescare i loro testi dal ricco e prezioso serbatoio dei secoli precedenti, da Petrarca e Boccaccio, ad esempio. Madrigale poetico e madrigale musicale hanno definitivamente divorziato.
Per altro verso, si dice, soprattutto dal versante musicologico, che ogni rapporto tra poesia e musica sia inopportuno, perché la poesia avrebbe già in sé la sua ‘musica’: giustapporne un’altra non sarebbe di giovamento alcuno. Giusto: la poesia ha certamente una sua musica, una sua ritmica, una sua melodia, ciò che non è chiaro, però, è perché mai non dovremmo eseguirla, anche vocalmente e strumentalmente.
Va chiarita, a questo punto, una volta per tutte, una questione, qui in Italia centrale nello sviluppo di questo dibattito: il rapporto tra poesia e cosiddetta ‘canzone d’autore’. Da anni si sprecano sull’argomento fiumi d’inchiostro in una singolar tenzone testardamente capace d’ignorare i termini essenziali in cui, in realtà, sta la questione.
La discussione resta pendolarmente prigioniera tra coloro che, nel negare ogni valore poetico alle composizioni di questo o quel cantautore, in realtà tengono soprattutto a riaffermare una superiorità della parola scritta (e della poesia) nei confronti della canzone, e chi invece, con superficialità pari alla supponenza altrui, si affretta a consegnare patenti da poeta a questo o quell’autore musicale.
D’altra parte, la confusione che sovrana regna sotto il (nostro) cielo fa sì che bravi cantautori si avventurino spesso nella composizione di brani, o spettacoli, che vogliono poetici, ma che si rivelano, il più delle volte, soltanto mediocri esercizi letterari, in cui, nel momento in cui non è più la musica a dettare il tempo, ma tutto viene affidato alla direzione d’orchestra d’una espressione ‘poetica’ piuttosto claudicante, si perdono anche tutte quelle qualità e quella forza espressiva che le loro canzoni portavano con sé.
Recentemente, un bravo poeta, Valerio Magrelli, polemizzando con l’ipotesi che il premio Nobel per la letteratura potesse essere assegnato a Bob Dylan è insorto, sostenendo che Dylan non è un poeta, poiché le sue parole sono accompagnate dalla musica, e dunque giocherebbe sporco, sarebbe un “poeta con la protesi”.
La differenza tra la poesia e la cosiddetta ‘canzone d’autore’, però, non sta nel fatto che in un caso vi sia solo parola scritta, o al limite ‘pronunciata’, e nell’altra anche musica, come ipotizza Magrelli, a meno di non voler, di conseguenza, considerare i padri della poesia occidentale e romanza, Arnaud, Bernart e Rimbaut, per non citarne che tre, degli chansonnier ante litteram.
Essa sta piuttosto nella relazione diversa che si stabilisce tra le due ‘sonorità’, nella differente collocazione delle scelte formali (tanto verbali quanto ritmiche, melodiche e più complessivamente musicali): a dare il tempo e a suggerire la melodia, in poesia, anche quando essa si sviluppa e si realizza in accordo con la musica, sono le parole; nella canzone d’autore, invece, è la musica a ‘concertare’ il tutto, e questa è la ragione per la quale i testi delle canzoni, senza musica, non stanno in piedi, mentre quelli della spoken music, se è buona spoken music, sì.
Non si tratta, si badi, di rapporti gerarchici, ma di funzioni differenti: semplicemente in poesia è la parola, la sintassi, a ‘dettare il tempo’ e a intonare la melodia. Insomma, se De Andrè non è un poeta, se non lo è neanche Conte, o de Gregori, o Fossati, ciò non dipende dal fatto che nel loro lavoro sia presente la musica, cioè da un surplus musicale, da una protesi in chiave di violino, quanto, all’opposto, dal fatto che nelle loro canzoni non c’è un linguaggio capace di stabilire e dettare autonomamente i propri ritmi e la propria linea melodica.
Provate allora a spogliare codeste ‘poesie in musica’ di molti dei nostri cantautori (che spesso sono splendide canzoni, canzoni che io stesso amo profondamente) dalla loro melodia, dal ritmo che dona loro la musica, provate a leggere quei testi in silenzio, o ad alta voce, ma seguendo la loro prosodia: ciò che vi rimarrà tra le mani è ben poca cosa e questo vale anche per molti dei più noti autori, da Conte a De Gregori, Fossati, Capossela,  per non parlare del mediocre e sin troppo celebrato Vecchioni, o di tanti noti rapper.
Questo vale anche per De André, certamente il più importante tra i cantautori italiani degli ultimi decenni, che non a caso rifiutava per sé l’etichetta di poeta, preferendo, con grande acribia, attribuirsi un ruolo di «ponte» tra poesia e canzone d’autore, impegnato com’era a traghettare nel mondo della musica grandi testi poetici, da Alvaro Mutis ad Edgar Lee Master.
Alcuni dei suoi testi hanno questa capacità di stare in piedi, autonomamente, anche senza musica, ma sono eccezioni (penso qui alla Domenica delle salme, o al Bombarolo, o al limite alla melopea struggente di Amico fragile), mentre altri, magari proprio quelli più noti ed amati, come La storia di Marinella, o Bocca di rosa, francamente no.
Insomma Bob Dylan (o Capossela, o De Andrè ecc.) non sono poeti, assolutamente no, ma non perché abbiano per sé un surplus di musica, che fa di loro ‘poeti con la protesi’, come suggerisce Magrelli, quanto per difetto di caratteristiche e qualità ‘letterarie’. E la differenza non è di poco conto.
Ciò non toglie che molti di loro siano artisti di primissima levatura, ma l’arte che praticano non è la poesia. E in tutto questo non c’entra la musica, c’entra, come sempre in poesia, piuttosto la parola.

il CD

1. Il fiore inverso 3:55

2. Scrivo quando sono stanco… 3:41

3. Milonga mutante 5:13

4. Lai del ragionare esperto 11:21

5. Disturbati dalla quiete 7:38

6. Il lavoro cieco 5:48

7. La trappola (tranello in otto ottave caudate a tempo di Salsa) 6:34 

8. Pseudo-sestina Rorschach 2:35

Durata totale: 46:48

Il video di Giacomo Verde

lello-voce 

Poeta e scrittore, Lello Voce è tra i pionieri internazionali della spoken music e del poetry slam, con spettacoli e performance in giro per il mondo e numerose opere all’attivo.

 

 

 frank-nemola

Storico collaboratore di Vasco Rossi, Frank Nemola è impegnato in nuove esperienze creative e ricerche musicali, come quelle avviate con Lella Costa e Gitte Haenning.

 

 E allora si tratta di fare uno scarto laterale, spiazzante che contenga in sé ragioni dell'assoluta contemporaneità e abissi lontananza storica, quando la poesia era detta in ritmo o non era. E' un approccio che ribalta le convenzioni letterarie e musicali assieme (...) Le parole di Lello Voce danzano ritmicamente cercando e trovando altra e complementare materia palpitante ritmica e armonica nelle faglie elettroniche di Frank Nemola Guido Festinese Il Manifesto 

Il poeta Lello Voce, consapevole che la poesia è nata prima come forma orale  per diventare scritta solo in un secondo tempo e che, si guardi a un gigante come Saul Williams, con l'hip-hop e il rap più che ha a che spartire  (...) in compagnia di Frank Nemola, trombettista e polistrumentista di lungo corso, già al fianco di Vasco Rossi e altri pezzi da novanta del nostro cantautorato Michele Monina Libero

Se ti avventuri lettore tra le pagine de Il fiore inverso troverai la Bellezza. Potrebbe concludersi qui la descrizione del viaggio che consiste nel leggere (e nell’ascoltare) lo splendido ultimo lavoro “multimediale” di Lello Voce, un impasto comunitario e politico (sì, politico) di poesia e musica. (...) Un’opera fortemente coesa, unitaria, in cui tutti gli elementi concorrono al risultato finale: un modo nuovo di espressione poetica, della cui ampiezza e profondità è lo stesso autore a dare conto nello scritto teorico pubblicato in appendice. Un’opera da ascoltare e continuare ad ascoltare come uno strumento generatore di piacere, un manifesto poetico, e come la scossa (ritmica) più interessante per la patria poesia Paolo Melissi, Satisfiction

Da oltre trent'anni il poeta -originario di Napoli che vive a Treviso- lancia le sue parole contro la poesia muta, quella letteraria, chiusa tra le pagine di un libro. 'Noi siamo nati per parlare e cantare. E siamo l'unica specie che canta con significato (...) La poesia è memoria e comunicazione, significato e suono, senso ed espressione'. E' un vero manifesto teorico sull'oralità, quello di Lello Voce Donatella Coccoli, Left

Uno dei poeti più comunicativi, e più sfacciatamente aperti al mondo, del nostro panorama di ombre altrimenti appena percettibili. (…) Farebbero ancora meglio gli amanti della poesia a mettersi all’ascolto di questo lavoro formidabile, e a seguirne le linee guida nell’illuminante dichiarazione di poetica contenuta nella parte tipografica dell’opera Gabriele Frasca, Alfabeta2

Picchia sull’incudine del buon senso la parola martellante di Lello Voce, picchia d’acciaio e forgia forma e gesto, lingua e bellezza che fa poesia, destreggia il canto rompendolo in dieci e poi in cento colpi di martello, l’incudine fa da cassa armonica e la trappola è pronta. (…) Il fiore rovesciato della poesia che ci arriva dal canto trobadorico, come fosse rap e rovesciamento di tutto quello che fino a oggi cartapesta la vita, ci schiaffeggia nell’irrompere del canto. (...) Il fiore della poesia serve a rovesciarsi per rovesciare il mondo. Altrimenti è niente Antonio Cipriani, Globalist.it

Lo slam, o ‘poesia performativa’, si fonda sullo stretto legame fra scrittura e performance, e trova compimento nelle azioni del poeta e del suo pubblico, piuttosto che nelle sbiadite pagine di un libro o sul sicuro fronte di un piatto e sobrio, ma afono, palcoscenico Dino Serra, SardiniaPost 

“La poesia deve ricalibrare le distanze col romanzo, sfuggendo al suo abbraccio mortale  e riaffermando la sua estraneità agli steccati letterari” afferma Voce sottolineando anche la differenza tra poesia e canzone d’autore, i cui testi senza musica non reggono in piedi e si rivelano “mediocri esercizi letterari”. Mentre la spoken music, come attesta l’opera di Voce e Nemola, è equilibrata, ha parole che suonano, e sboccia come un fiore inverso, in versi Gabriella Cantafio, GiornaleOff 

Un libro che suona. Non tanto per il cd allegato ma perchè è salto all'indietro e salto in avanti. Oppure giravolta tra tradizioni orali, poesia sonora, futurismo delle origini, appiglio dada, hip-hop, scandire digitale, elettro-collocazioni, colori creati e talvolta cancellati della street-art Massimo Pirotta, Il Mucchio selvaggio 

Per Lello Voce è (...) nella rienergizzazione della parola poetica 'suonata' in equilibrio sempre precario tra opzione espressiva-stilistica e ricerca di significato, che la scrittura si riscatta dalla sua stanchezza di fondo e ritrova le ragioni prime di un dire che è eminentemente un fare. Un fare appunto "il fiore inverso" che inverte l'entropia e il senso esausto della letteratura e la rilancia come infrazione dell'esistente, come rottura delle incrostazioni dell'essere, come perdurante aspirazione a reperire una via di generale liberazione umana Marco Palladini, Malacoda.it

Le sue poesie hanno (…) un ritmo e un respiro che trascina e appassiona. Hanno fiato, sangue, antenne, polmoni. Hanno terra sotto i piedi e ali per volare  Stefania Scateni, l’Unità

potrebbe essere definito il Bono Vox della poesia italiana Roberto BarboliniPanorama 

Lello Voce è un anfibio in grado di muoversi magistralmente sia in poesia che in musica, è il Gil Scott-Heron nostrano, una delle voci più interessanti della poesia italiana, tra i fondatori del Gruppo 93, il primo in Italia ad introdurre il Poetry Slam. Daniele Sanzone- 'A67, Il fatto quotidiano  

Il suo modo di dare voce alle parole sulla e con la musica rivela un’attitudine alla composizione di derivazione chiaramente hip-hop, universo culturale al quale Voce è indissolubilmente legato. Per l’esattezza è il modo del poeta che si è fatto rapper come è successo, nel corso del tempo, ad illustri colleghi statunitensi quali Gil Scott-Heron, Saul Williams, Last Poets, Ursula Rucker. Piero Santi, L'Unità

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