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Maurizio Agamennone

Varco le soglie e vedo

contiene cd

 Sconto del 30%

Canto e devozioni confraternali nel Cilento antico
2011, 
€ 25
Formato 15x21, 54 foto a colori, pp. 304

€25.00
€17.50

 

Il "piccolo rito cilentano" è una pratica devozionale che le confraternite del Cilento antico eseguono da generazioni, con canti monodici e polifonici nelle chiese, in occasione della Settimana Santa. Per le condizioni storico-culturali e le forme del paesaggio il rito ha assunto un profilo peculiare che connota fortemente l'area, svolgendosi come una circum-ambulazione attorno al Monte Stella densa di significati simbolici attraverso i quali si delimita un territorio di appartenenze comuni e si evoca uno scenario di vissuto condiviso, segnato da esperienze storiche remote ma ancora vitali nella memoria, nel mito, nell'immaginario sociale e nel discorso pubblico.

Raccogliendo i risultati di una ventennale ricerca sul campo, il volume, con oltre cinquanta fotografie, la registrazione dei canti nel CD allegato e un ricco apparato di trascrizioni,  ricostruisce le vicende di questa devozione nel corso di circa due secoli, con il ricorso ai documenti prodotti dai sodalizi locali e dalle autorità civili ed ecclesiastiche, e offre una puntuale analisi di un agire musicale del tutto originale.

Ascolta il brano Stava Maria dolente della Confraternita di Serramezzana

Leggi l'introduzione

L’azione devozionale più solenne nell’area del Cilento antico sembra es­sere – ormai da lungo tempo – una sorta di peregri­natio che, nella cornice penitenziale della Settimana Santa, tutte le confraternite compiono per visi­tare i cosiddetti “sepolcri” (con espressione locale: subburcri) allestiti nelle di­verse chiese e cappelle dell’area. Gli itinerari di visita seguiti da ogni confraternita non sono limitati al territo­rio del paese o ca­sale di appartenenza – come è consuetudine generalizzata in aree diverse – ma appaiono distribuiti in un ambito assai più esteso nell’intera area del Monte Stella. Il “viaggio” delle confraternite cilentane si realizza, attualmente, nella giornata del Venerdì Santo – almeno a partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso[1]–, dalla mattina, con una intensificazione nel pomeriggio, fino alla sera e alle prime ore della notte. Nel suo pellegrinaggio, ogni confraternita cilentana parte dal casale o paese di residenza, attraversa il territorio del Cilento antico e  tocca numerose chiese di paesi e ca­sali diversi; ge­neralmente, si indica in un multiplo di tre il numero di chiese da visitare: tre, sei, nove[2]. Nel caso in cui, al momento di arrivare in chiesa per la visita devozionale, la congrega trovi il parroco in procinto o nell’atto di celebrare le funzioni del venerdì pomeriggio, i confratelli possono risolversi secondo tre solu­zioni:

• aspettare fuori della chiesa la fine delle operazioni del celebrante;

• negoziare con il parroco i modi e i tempi della visita e delle funzioni stesse[3];

• raggiungere un’altra località dell’itinerario progettato, e tornare dopo, eventualmente, a visitare la medesima chiesa.

All’interno di ognuna delle chiese visitate, la confraternita “in viaggio” esegue un percorso devozionale definito, che dura al­l’incirca trenta minuti. La “visita” consiste in un tragitto condotto in circolo all’in­terno di ogni chiesa, spezzato da numerose soste; durante le fermate i confratelli cantano musiche diverse e con assetto multiforme: monodiche, polifoniche, in solo, in alternanza responsoriale e in gruppo. Il percorso devozionale può suggerire l’i­dea di una sorta di via crucis, ma priva di commento e di pre­ghiere reci­tate, e con un nu­mero ridotto e non de­terminato di soste[4]. Ogni confraternita progetta un suo auto­nomo itinerario, che tocca chiese e cappelle di paesi e casali di­versi, e appare nuovo ogni anno, nonché diverso rispetto a quanto effettu­ato dagli altri sodalizi. Il “viaggio” devozionale comporta un esplicito obbligo di reciprocità: la confraternita la cui chiesa o cappella sia visi­tata da altri sodalizi, ha l’ob­bligo di ri­cam­biare la visita, l’anno suc­ces­sivo, a tutte le confraternite giunte l’anno precedente[5]. Il pellegrinaggio confraternale, perciò, mette in relazione polivoca tutti i sodalizi attivi e, quindi, costituisce lo scenario in cui collocare simbolicamente la conferma, o la denuncia, di legami e relazioni precedenti. In senso più ampio, l’itinerario di visita as­sume l’a­spetto di una sorta di grande circu­m-ambulazione,con orbite variabili, chiuse o spez­zate, condotta simultaneamente da gruppi diversi ma interdipendenti, lungo le pendici del Monte della Stella: come abbiamo visto, la cima di questa montagna incombe su tutto il Cilento antico, e intorno a essa risultano disposti i principali centri dell’insediamento umano, sia nel versante rivolto al mare che su quello orientato verso l’entroterra. Gli itine­rari di visita seguono per­corsi assai diversi, includendo alcune località e, viceversa, escludendone al­tre. Queste traiet­torie, mappate sul terreno, sembrano assumere un particolare rilievo simbolico, costituendo una sorta di rete intorno alla cima del Monte della Stella, che al­cuni studiosi delle mo­dalità di insediamento locale con­side­rano come il centro mitico di tutta l’area[6]. Poiché i per­corsi di visita sono limitati esclusivamente al­l’area del Cilento antico, con centro intorno al Monte Stella, questa peregrinatio sembra costituire un unicum devozionale, proprio e specifico dell’area, e assai diverso da consuetudini rilevabili in aree vicine e non. Sul piano simbolico, gli itinerari del pellegrinaggio confraternale sembrano “marcare lo spazio”, nel senso di fissare – in­torno a un centro vuoto quale è ap­punto il Monte Stella – la memoria e l’identità di una comunità che possiede comuni ra­dici, ma non dispone di un cen­tro forte ed egemone verso cui convergere. In questa prospettiva le “vie dei canti” delle congreghe contri­buiscono a perpetu­are annualmente i rapporti fra paesi e casali, e relativi gruppi familiari e parentali, in una rete sovra-comunale e poli­cen­trica di antica tradizione, evi­tandone la dispersione e la fram­menta­zione.

Attualmente il percorso di circum-ambulazione è realizzato in auto­bus, ma in passato era effettuato a piedi, ed era piuttosto frequente la pos­sibilità che confraternite diverse si incrociassero lungo il “viaggio”. Oggi, l’incontro fra confraternite di­verse si realizza quasi esclusi­vamente in prossimità delle chiese, prima dell’ingresso nelle stesse; tale circo­stanza è l’occasione per una breve azione ceri­moniale deno­minata bacio delle croci, che coinvolge i due diversi crociferi, e richiama le coordinate spaziale rilevabili (altrove: in contesti liturgici) nel gesto rituale dell’incensiere.

Alla fine dell’itinerario, dopo aver visitato chiese e cappelle dell’area, con orari diversi (a sera o anche più tardi, fin­o alla mezzanotte), ogni confraternita con­clude la sua devozione nella chiesa di appartenenza, dove attende la popolazione. Il rientro e la realizzazione del percorso de­vozionale risultano particolarmente emo­zionanti per i presenti, nonché per l’osservatore esterno: le chiese sono gremite, si attende fino a tardi, e i membri della confraternita che rien­trano sono accolti con palesi espressioni di simpatia e orgoglio; i confra­telli, per parte loro, cercano di ricambiare cantando al meglio delle personali ca­pacità; inoltre, gli adulti consentono talvolta a bambini e adolescenti, an­ch’essi nell’uniforme confraternale e provenienti dal pelle­grinaggio, di cantare per la prima volta davanti a un “pubblico”, acco­gliendo con molto affetto eventuali incertezze e disagi nell’esecu­zione.

I percorsi di visita

Al fine di sottolineare ulteriormente la peculiarità cilentana della circum-ambulazione nella pe­regri­natio devozionale, può essere op­portuno ricordare ancora che nei territori im­me­diatamente vicini al Cilento antico - e anche altrove - non sembrano sus­si­stere né la pratica della visita itine­rante estesa ai paesi vicini, né lo scambio di visite fra confraternite diverse. Si potrebbe obiettare, d’altra parte, che la visita alle chiese esterne al pro­prio paese sia quasi una scelta obbligata: dal mo­mento che la visita ai sepolcri va condotta presso più chiese (come è tradizione generalizzata pressoché ovunque in Italia), ciò nel Cilento antico non sa­rebbe possibile nel piccolo territorio del paese o casale di apparte­nenza ove, spesso, non sono pre­senti più di due chiese o cappelle (talvolta solo una); questa limitazione, pertanto, spinge­rebbe necessariamente le confraternite cilentane a rivolgersi fuori del proprio paese, proprio per completare il cir­cuito. L’obie­zione, tuttavia, non è con­fermata da di­verse testimo­nianze etnografiche che, invece, rivelano come tale problema sia ri­solto, al­trove, semplicemente ripetendo il giro all’interno del proprio paese, replicando le visite alle chiese “disponibili” nel territorio comunale o della parrocchia di afferenza. Per citare un’esperienza di confronto, ricordo che in Puglia “i sepolcri da visitare devono essere non meno di sette, e nei piccoli paesi, dove le chiese non raggiungono tale numero, si ripete il giro per non venire meno al precetto”[7]. Ancora, mentre altrove la sera del Venerdì Santo si pratica la pro­cessione del “Cristo morto”, non tutte le confraternite cilentane hanno in uso tale abitudine. In definitiva, si può ritenere che il “piccolo rito cilentano” della peregri­natio circum-ambulante non sia occasionale o accidentale, ma risponda a signifi­cati e valenze profonde, radicate nella storia culturale del Cilento antico.



[1] Come si vedrà nei capitoli successivi, precedentemente a questo periodo la disposizione settimanale risulta diversa.

[2] Diversamente, in altre regioni, è largamente preferito un itinerario di visita che preferisce la serie tre, cinque, sette, con eventuale ritorno in una chiesa già visitata, allo scopo di raggiungere il numero minimo di sette. Cfr. Bernardi 1991: 76, 355, 452; vi si citano diverse testimonianze etnografiche.

[3] Nel diario della confraternita SS. Rosario di Montecorice, disponibile in rete, a proposito della visita effettuata il Venerdì Santo del 2007, si legge: “Da Omignano ci siamo diretti a Santa Lucia dove, purtroppo, il Parroco doveva celebrare la funzione religiosa. Abbiamo raggiunto un compromesso ed il parroco ci ha pemesso di entrare in Chiesa a patto che non ci soffermassimo troppo a lungo. Abbiamo allora deciso di onorare il sepolcro, intonando una sola canzoncina per non ostacolare il programma liturgico. Grazie ancora alla popolazione per l’ospitalità e … sarà per la prossima volta” (www.ssrosario.it, rilevazione effettuata il 6 luglio 2007).

[4] A tal proposito, alcuni studiosi hanno sottolineato l’attrazione e pressione normativa esercitata dal profilo della via crucis, in contesti diversi: “La formula della via crucis, in senso lato, è un po’ il modello canonico a cui il clero si è appellato per modificare le processioni più coreografiche del venerdì santo” (Bernardi 1991: p. 423).

[5] Relazioni di scambio e reciprocità sono documentate anche altrove, nel salernitano, pur se in occasioni calendariali e contesti sociali diversi: “A San Cipriano Picentino la notte del Venerdì santo si formano due processioni […] I due gruppi formati da congreghe, quando si incontrano lungo la strada si salutano ritualmente coprendosi il volto con il cappuccio, inchinandosi, inchinando le Croci che aprono i cortei e così via. Ogni gruppo si reca nella chiesa dell’altro gruppo a rendere omaggio al Sepolcro da questo costruito […] A Bracigliano e a Siano vi era un rituale ancora più complesso. All’annuncio della Resurrezione i pastori di Bracigliano e quelli di Siano scendevano nei loro rispettivi paesi con le greggi divise e precedute dall’esemplare maschio più appariscente agghindato di nastri e colori. Ogni animale aveva il suo campanaccio e quindi il concerto era notevole. Una volta attraversato il proprio paese, ciascun gruppo passava nell’altro paese che così riceveva la visita dei pastori vicini. Insomma, lo stesso gruppo di rituali controllava la conflittualità pastori-contadini e quella tra paesi vicini (Apolito 2004: 41).

[6] Cfr., a tal proposito, gli esiti di una ricerca sul genius loci dell’area cilen­tana; in particolare si considerino i saggi di Giuseppe Anzani Indizi per una costruzione d’immagine. Il centro vuoto, l’ombelico (Mazzoleni e Anzani 1993: 69-82) – concer­nente le valenze simboliche attribuite al Monte Stella, rico­noscibili nella docu­mentazione iconografica e nelle emergenze insediative rilevabili sul territorio – e, so­prattutto, Lo spazio rituale (Mazzoleni e Anzani 1993: 53-56) – con una ricogni­zione sui percorsi di visita ai sepolcri realizzati dalle confraternite – e Lo spa­zio so­noro (Mazzoleni e Anzani 1993: 47-52).

[7] La Sorsa 1925: 202.

il CD

1 Varco le soglie e vedo (confraternita di Omignano, 1990) 3.29

2 Miserere (confraternita di Omignano, 1990) 1.59

3 Pianto di Maria (confraternita di Omignano, 1990) 3.42

4 Sento l’amato figlio (gruppo femminile, Capograssi, 1991) 1.05

5 Sento l’amato pianto (confraternita di Serramezzana, 1990) 1.30

6 Sento l’amato figlio (gruppo di bambini, confraternita

di Serramezzana, 1990) 3.08

7 Miserere (confraternita di Serramezzana, 1990) 3.10

8 Stava Maria dolente (confraternita di Serramezzana, 1990) 4.26

9 Quel bacio che ti ho dato (cantori di San Mauro, 1990) 2.27

10 Miserere (confraternita di San Mauro, 1977) 5.40

11 Miserere (confraternita di Celso, 1990) 4.17

12 Miserere (confraternita di Cosentini, 1990) 3.41

13 Miserere (confraternita di Perdifumo, 1990) 2.35

14 Giorno di lutt’è questo (confraternita di Ortodonico, 1990) 2.31

15 La turba (confraternita di Ortodonico, 1990) 0.30

16 Miserere (confraternita di Ortodonico, 1990) 4.39

17 Stava Maria dolente (confraternita di Ortodonico, 1990) 3.06

18 E dalle turbe attonite (confraternita di Stella Cilento, 1993) 1.54

19 Stabat Mater dolorosa (confraternita di Stella Cilento, 1993) 0.57

20 Là sul pretorio orrendo (confraternita di Stella Cilento, 1993) 1.55

21 Di tante colpe tante (confraternita di Sessa Cilento, 1990) 1.45

22 Addio Gesù ti lascio (confraternita di Valle, 1990) 2.59

23 Parto da te mio Dio (confraternita di San Giovanni di Stella, 1993) 2.18

durata complessiva 64.42

Le confraternite ad Agnone Cilento nel 1995

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Maurizio Agamennone insegna Etnomusicologia presso l’Università di Firenze e l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Si è occupato di forme e pratiche della poesia cantata, di procedure e assetti performativi nelle polifonie e degli esiti musicali del confronto interculturale nel mondo contemporaneo.

 

Il Venerdì Santo è il giorno in cui rivive una tradizione secolare, il giorno delle Confraternite e dei canti devozionali per la Passione del Cristo, espressioni della religiosità popolare cilentana che sono state documentate in un libro (...) Agamennone ha registrato le melodie, tramandate oralmente da generazioni; ha raccolto foto e ha ricostruito, con documenti che abbracciano due secoli, il profilo socio-culturale di una devozione che è legata al paesaggio e al territorio. Rosamaria Morinelli, La Città

Un viaggio nel "piccolo rito cilentano" fatto di canti monodici e polifonici nelle chiese. Tanti i significati simoblici e le esperienze fatte di mito e di fede che si intersecano nelle lamentazioni. Il volume, con oltre cinquanta fotografie, comprende anche un cd e un ricco apparato di trascrizioni per ricostruire le remote vicende della vita religiosa. Nicola Nicoletti, Il mattino

Un lavoro frutto di vent'anni di osservazioni sul campo (...) che ha fatto emergere come il rituale delle confraternite che si muovono in maniera circolare intorno al monte Stella sia un intreccio di rapporti e di relazioni. Un intreccio che determina uno scambio di visite tra le congreghe per mantenere attivi antichi legami. Stefania Martino, Il corriere del mezzogiorno

una raccolta di canti e devozioni che le Confraternite intonano al cospetto del Santo Sepolcro, il Venerdì di passione. Parole che sono il percorso in cui si sviluppa una ritualità affidata a gesti e segni che hanno nel canto la colonna sonora di un sentimento di costrizione e pentimento. Mario Morrone, Il salernitano

Il libro è un documento di grande rigore scientifico che testimonia una ricerca ventennale, dove si ricostruiscono le vicende di questa devozione nel corso di due secoli, spesso con l'aiuto dei documenti delle comunità ecclesiastiche. Giuseppe Ianni, Cronache del mezzogiorno

Ai canti devozionali che caratterizzano questa "pietà del popolo" con il suo "piccolo rito", che rivendica la sua autonomia rispetto alla liturgia della Chiesa, l'etnomusicologo Maurizio Agamennone ha dedicato vent'anni di ricerche (...) E' un lavoro che conduce il lettore attraverso una narrazione affascinante e rigorosa (...) La documentazione musicale ci consegna una selezione di varie forme vocali espresse da dodici confraternite diverse. Alessio Surian, Il manifesto

Le autorità ecclesiastiche hanno cercato di contrastare questa tradizione ma – nonostante i colpi inferti pure dall'emigrazione – non ce l'hanno fatta. (...) Un cd di oltre un'ora allegato al libro consente di gustare più pienamente l'opera. Rocco Di Blasi, Il salvagente

l'accento è posto sulla ascendenza colta che si combina con i modi vocali contadini, producendo una declinazione autonoma dell'espressione canora: è il processo di "ruralizzazione" la caratterizzazione forte di un rito dai tratti culturali e dai significati simbolici propri che lo rendono unico, vibrante, drammatico. Ciro De Rosa, Il giornale della musica

La vocalità è assoluta. Unica. Di cuore. Sentita. Con moduli vocalici interessanti che meriterebbero uno studio quasi "diagnostico" perché, oltre alle contaminazioni melodiche melodrammatiche ottocentesche, a volte svelano ancestrali evocazioni comuni a canti ebraici di area mediterranea. (...) Grazie a Dio autori come Agamennone e altri non ci permettono di scusarci con il dire non sapevamo quanta eredità ci stavano lasciando i nostri padri. Pasquale Troia, Rivista Liturgica

Il volume è il frutto maturo di una ricerca ventennale intorno ad una pratica rituale e devozionale che le confraternite del Cilento antico eseguono da generazioni, con canti monodici e polifonici nelle chiese, in occasione della Settimana Santa. Quel che emerge dalla ricerca è un mondo attraversato da caratteristiche di lunga durata che gli hanno consentito di sopravvivere e rinnovarsi nel tempo, senza neppure cedere alla fascinazione delle diverse forme di neospettacolarizzazione che, invece, si sono largamente diffuse nella penisola, durante gli ultimi decenniAntonello Colimberti, Europa

 

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