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Marco Rovelli & l'Innominabile    

Portami al confine    

contiene cd

2020, € 15 ,  formato 14x14, 48 pp, con 11 foto a colori  

€15.00
€14.25

Un album elettrico con un sound potente che dà una trama unica a canzoni con strutture diverse, animando per molti versi un concept album dedicato al confine, il tema fondamentale del mondo contemporaneo. Il confine, va da sé, è quello politico che separa gli “Stati” e che i cittadini del mondo, quelli che hanno come patria il mondo intero, cercano a buon diritto di valicare senza posa. Ma il confine è anche quello dei rapporti personali, dei rapporti d’amore, dove il confine è mobile, dove è in perpetuo messo in questione. Il confine, infine, è quello della morte, che non bisogna temere, maledicendo chi la infligge, e benedicendo la vita.

I can’t go on, I’ll go on sono le ultime parole de L’innominabile, il romanzo che chiude la Trilogia di Beckett: la chiude, la riapre, la spalanca all’infinito. Nessuna fine corsa, mai. Se non possiamo andare avanti, allora andiamo avanti.  Per ciò l'album si apre con una canzone che ha il nome di colui che invoca l’innominabile. E tutto questo è pure sulla copertina, grazie ad Alfredo Jaar, sulla controcopertina, grazie a Valerio Rocco Orlando, e pure nel nome che accompagna l’autore dell'album, Marco Rovelli & l’Innominabile

E a chiudere il disco, ma per aprire altri mondi, il dono straordinario della voce di Claudio Lolli nella cover di una delle sue canzoni più potenti, La giacca, commovente lascito del cantautore bolognese in quella che è stata la sua ultima incisione su disco.

INNOMINABILE



Marco Rovelli & L'innominabile
: Marco Rovelli  (voce e chitarra acustica), Rocco Marchi (basso elettrico, piano elettrico, synth), Lara Vecoli (violoncello), Paolo Monti (chitarre elettriche) e Massimiliano Furia (batteria)

 

È un concept album con le colorazioni forti e livide del crepuscolo, che cita maestri di opposizione e critica, dal titolo sottratto a Beckett alla Nanà di Zola, per quattordici originali dalle liriche graffianti che si fanno analisi attenta e memoria, e un omaggio reso a Claudio Lolli Alberto Marchetti, Vinile 

Un album coltissimo per i riferimenti letterari, musicali, storici, antropologici ma popolare nella forma (...) Un album, fatto di tanti cuori-canzoni,che riconosce una voce unitaria nel sogno rock Fulvio Paloscia, Repubblica-Firenze

Le meravigliose canzoni-racconto di Marco Rovelli che ha iniziato a dare alle stampe piccoli gioielli di narrativa in forma canzone (...) Chi ama la musica dove le parole hanno un peso e la scrittura è prima di tutto un pensiero non può rimanere indifferente al lavoro di Rovelli Edoardo Semmola, Corriere fiorentino 

Il lavoro comprende uno spettro più ampio di sonorità, che in parte ricordano quelle, molto ricche, elettriche e con innesti di elettronica degli Anarchistes. (...) Brani originali di ottima scrittura Michele Manzotti, La nazione

Un duetto toccante, quello con Claudio Lolli, dove le due voci si intrecciano, si sfiorano, come un simbolico scambio di testimone. Rovelli canta con voce flebile, sofferta, a tratti arrabbiata la nostra società, la nostra squallida realtà, lasciandoci poche speranze, nonostante tutto, ci sembra un disco necessario, che in qualche modo ci accarezza l’anima in questi tempi difficili Marco Sonaglia, Il popolo del blues

L’ultimo raffinato gioco drammaturgico-musicale di Marco Rovelli (...) Portami al confine cesella da un lato la fertile vena cantautorale di Rovelli (compreso un certo gusto per un rock di strada affilato dalla chitarra di Paolo Monti, folgorante in Beckett) dall’altro non si distoglie dall’essere sempre e comunque un uomo che scrive e cerca di spiegare – e spiegarsi – il mondo che lo circonda Fabio Francione, Il manifesto

L’album, vivaddio, non induce alla spensieratezza, e del resto, dati i tempi, la spensieratezza è degli ignavi oppure degli scemi. (...) un album che tenta - e trova - la strada dell’impegno attraverso una scrittura superiore alla media attuale Mario Bonanno, Mescalina 

 Un’opera di valore, che merita ascolti approfonditi; è un segmento robusto della linea di resistenza culturale che tanti individui, al di là delle diverse militanze e appartenenze, stanno cercando di approntare in vista di tempi sempre più bui. Raccontare il fallimento, l’asimmetria e l’imperfezione come basi dell’esistente, è tornare a parlare di vita reale, di scienza, di filosofia nella loro essenza più autentica. Farlo usando metriche piene di tensione e musica, di buona presa emotiva certo, ma tagliente e aspra, è un merito ancora maggiore Marco Buttafuoco, Globalist 

 Marco Rovelli è uno di quei (pochi) cantautori che non finisce mai di sorprenderci. Dall’esordio con i Les Anarchistes al disco dedicato a Caterina Bueno, l’artista toscano ha sempre cercato nuove strade espressive e spunti culturali diversi, e per questo disco sceglie un approccio rock, elettrico e d’impatto Giorgio Zito, Storia della musica 

Un brillante esempio di canzone 'alta': nei testi ricchi di significati importanti e non solo belli e poetici, in un canto di rara intensità che esce dall'animo evitando ammiccamenti forzati, in riferimenti colti che certificano il desiderio (realizzato) di non fermarsi alla superficie per andare, invece, in profondità. Un 'puro', Marco Rovelli, ma anche un talento, un dispensatore di emozioni e "lezioni", a suo modo un esteta Federico Guglielmi, Blow Up  

“Portami al confine” è uno di quegli album che si potrebbero definire “necessari”: ha un sacco di storie da raccontare, di messaggi da lanciare e di cose importanti da dire. E’ anarchico perché, con buona pace di chi ne criticava la durata, funziona maledettamente così com’è, nonostante si viva in un tempo che sconsiglierebbe trovate discografiche del genere, con una richiesta di attenzione così grande. Anche perché Marco le sue canzoni le racconta sul serio, nel book dell’album, che, come tutti i lavori editi da quel piccolo gioiello che è squi[libri], è esaustivo ed importante Giuseppe Provenzano, Extra Music Magazine

 Un’esperienza in cui letteratura e musica, cronaca e invenzione narrativa, costruiscono un’opera complessa e riunita da un sartiame che a volte svela limpidamente il correre delle sue fibre e a volte richiede attenzione e ripetuti ascolti per disvelarsi nella sua variata articolazione. (...) Racconti diversi, tante canzoni davvero, per un disco densissimo che si muove sulle coordinate dello spazio e del tempo, misure della storia e dell’esperienza. E le parole si fanno trasportare da una scrittura musicale mai scontata, con un violoncello che ti entra dentro le pieghe dell’anima e una sezione ritmica che incalza Giorgio Olmoti, L'isola che non c'era

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