Nicola Scaldaferri,
Musica arbëreshe in Val Sarmento
Ricerche 1954-1990
2026, 112 pp., 16 foto in b/n, e uyn CD in download, € 15
La Val Sarmento, in Basilicata, è un’area di grande rilievo per le pratiche musicali tradizionali per la presenza delle due comunità arbëreshe di San Costantino e San Paolo Albanese che, anche in ambito musicale, conservano il lascito delle popolazioni albanesi che vi hanno trovato rifugio nella prima metà del Cinquecento, con punte di riconosciuta eccellenza nei canti a più voci.
Dalle ricerche di Ernesto De Martino e Diego Carpitella fino alle rilevazioni compiute nei decenni successivi e condotte anche in prima persona dall'autore, il volume, incentrato su un nucleo di registrazioni storiche che dal 1954 giunge fino al 1990, offre uno spaccato di notevole interesse su una tradizione vocale tramandata oralmente soprattutto grazie al succedersi di gruppi vocali femminili, capaci di conservarne nel tempo specificità armoniche e timbriche.
Di brano in brano si delinea così un panorama musicale assai denso, dedicato principalmente ai repertori di San Costantino e in parte di San Paolo, che trova il suo culmine negli antichi canti dei vjeshe e vallja che accompagnavano le feste e i riti di nozze, fissati su nastro in anni in cui erano ancora in uso: canti che, malgrado non pochi mutamenti nel frattempo sopraggiunti, continuano a rappresentare un elemento cruciale dell'identità arbëreshe e sono oggetto di recuperi talvolta inattesi anche da parte delle nuove generazioni.
Dall’Introduzione
Questo volume prende le mosse dalla volontà di realizzare la nuova edizione di un libro uscito più di trent’anni fa: Musica arbëreshe in Basilicata, pubblicato nel 1994 a Lecce da Adriatica Editrice Salentina. In quel lavoro prendevo in esame le pratiche musicali di San Costantino Albanese – mio paese d’origine – nelle quali ero immerso fin dall’infanzia anche per l’attività musicale della mia famiglia, e alcuni aspetti dell’altro paese arbëresh della Val Sarmento, San Paolo. Questi due centri sono gli unici, tra i paesi della Basilicata che conservano le tracce linguistiche della loro origine, che hanno mantenuto anche una specifica tradizione musicale, assieme al rito religioso bizantino e ai costumi tradizionali.
Il libro aveva preso corpo alla fine degli anni ’80 del secolo scorso durante il periodo in cui, da studente di conservatorio ero entrato in contatto con Pietro Sassu, all’epoca docente di Storia della musica al Conservatorio di Bologna. Dopo aver visto e ascoltato i materiali che stavo raccogliendo su San Costantino, Sassu mi avrebbe introdotto nell’ambiente dell’etnomusicologia italiana, suggerendomi di proseguire gli studi universitari al DAMS a Bologna con Roberto Leydi. Sassu mi mise in contatto anche con Diego Carpitella, con cui ho avuto alcuni fugaci contatti prima della sua scomparsa, e che mi diede accesso ai materiali della Raccolta 22 registrati a San Costantino Albanese nell’aprile 1954. Le copie di quelle 12 tracce registrate da Carpitella assieme a De Martino durante la loro spedizione tra gli albanesi dell’Italia Meridionale, realizzate direttamente dai nastri dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dove erano conservati, costituirono un primo importante termine di confronto per osservare le trasformazioni in corso nei repertori musicali di questo paese. Di lì a poco Francesco Giannattasio, che avrebbe assunto l’insegnamento di Etnomusicologia presso l’università della Basilicata, mi avrebbe coinvolto attivamente nelle ricerche svolte dall’Archivio Demo-Antropologico dell’ateneo lucano in Val Sarmento. Proprio durante la collaborazione con Giannattasio ho iniziato a utilizzare attivamente ai fini della ricerca sul campo la mia competenza di musicista tradizionale, proveniente soprattutto dalla formazione musicale anteriore agli studi di conservatorio; in particolare, la mia esperienza di suonatore di zampogna sarebbe tornata utile per registrare il repertorio dei canti a zampogna, alla luce della mancanza di altri suonatori attivi in quel periodo nei paesi arbëresh della Val Sarmento.
Il lavoro compiuto in quegli anni, sulla scia delle esperienze che si andavano accumulando, intendeva documentare il repertorio musicale tradizionale di San Costantino, in particolare la musica vocale, compresa la ricchezza di testi verbali in arbëresh. Il titolo del volume, concordato con Pietro Sassu che avrebbe anche scritto la prefazione, rivelava l’intenzione di offrire un quadro complessivo delle pratiche musicali, analizzate in dettaglio e discusse nel quadro più ampio delle dinamiche culturali locali. Da segnalare che era una delle prime volte in ambito musicale che veniva utilizzato il termine arbëresh per designare questa popolazione; negli scritti di De Martino e Carpitella, nell’antologia sonora di Lomax, così come in lavori successivi, solitamente venivano infatti indicati come albanesi d’Italia o italo-albanesi. Una denominazione che suonava ormai anacronistica e induceva a una certa confusione, soprattutto in un momento in cui, a seguito del crollo del regime albanese di Hoxha, gruppi sempre più numerosi di profughi cominciavano a riversarsi sulle coste dell’Adriatico provenendo dai porti dell’Albania.
(,,,) Riprendere oggi in mano quel testo con l’intento di ridarlo alle stampe, ben presto ha portato alla conclusione che non era possibile farne una semplice riedizione aggiornata e corretta da sviste e refusi. Era necessario piuttosto un ripensamento sostanziale, anche per superare dei tratti un po’ ingenui che quel lavoro, sulla scia dell’entusiasmo di un’opera prima, inevitabilmente presentava. Questo implicava delle scelte precise nell’impostazione e nei contenuti, parte dei quali per molti aspetti oggi sarebbero risultati ridondanti o poco coerenti, con l’eliminazione di parti superflue e la messa in evidenza dei dati più rilevanti e duraturi, legati soprattutto alla documentazione sonora.
I documenti sonori
1. Mirr uraten e sat’em (Prendi la benedizione di tua madre)
2. Se ti mëm oj mëma ime (O tu madre madre mia)
3. Hami buk e Skënderbek (Mangiamo il pane di Skanderbeg)
4. E ti trendafilez (O tu rosellina)
5. Oj bari çë rruan diellin (O erba che guardi il sole)
6. Prejem kriet prejme me gjith marrelez (Tagliami la testa tagliamela con tutta la treccia)
7. Te shtëftit mushka kur t’dalsh ka pondi (Ti precipiti la giumenta quando sarai sul ponte)
8. Oj oj mindullëz (O mandorletta)
9. Korroxhina me shndët (Korroxhina con salute)
10. Rrukullisu si kupani (Ruzzola come il battitoio)
11. E litmunore çë t’u dogj vandera (O addolorata che ti si è bruciata la vandera)
12. Zëmi na një Pertikat (Orsù cantiamo il Pertikat)
13. Oj garofulli te grasta (O garofano nel vaso)
14. I bukurithi shesh e i bukurithi llok (Il bel prato e il bel posto)
15. Mes vasha si shelku deg (Di fianchi o ragazza come ramo di salice)
16. O Xhoj o Xhoj ku vete (O Gioia o Gioia dove vai)
17. Ai in çi je ndër qiell – Falemia Shër Meri – Eviva Sh’Kostandini – “Golatea Paterterni”
(Padre nostro che sei nei cieli – Ave Maria – Evviva S. Costantino – Gloria al Padreterno)
18. Oj falemia Shër Meri (Ave Maria)
19. E bonasera ju çe in ’e flëni (Buonasera a voi che state dormendo)
20. Oj benimia çë ë qo jurnat (O che giornata è questa)
21. Oj bir oj bir si ven kto karramunxa (O come suonano bene queste zampogne)
22. Melodie per la danza con flauto di canna
23. Llaci (La catenina)
24. Qo nuse kle e kalluar (Questa sposa è stata rubata)
25. Krushqvet (Ai consuoceri)
26. Kostandini vogljith (Costantino giovinetto)
27. Kostandini voglith (Costantino giovinetto)
28. Nina nina biri im (Ninna nanna figlio mio)
29. Nina nina biri im (Ninna nanna figlio mio)
30. Oj mëma ime (O madre mia)
31. Oj e bukura More (O bella Morea)
Etnomusicologo dell’Università di Milano, Nicola Scaldaferri si occupa di musica elettroacustica e di pratiche musicali dell’Italia meridionale, dei Balcani e dell’Africa occidentale. Per Squilibri ha pubblicato numerosi volumi tra i quali Due ritratti dal Ghana, Le zampogne a Terranova del Pollino e, con Stefano Vaja, Nel paese dei cupa cupa.
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