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Giovedì, 20 Novembre 2014

L'uomo solo di Sciascia in un mondo senza musica

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Il 20 novembre del 1989 moriva Leonardo Sciascia e ci piace ricordarlo richiamando alla memoria l’incipit di Todo modo:

A somiglianza di una celebre definizione che fa dell’universo kantiano una catena di casualità sospesa a un atto di libertà, si potrebbe – dice il maggiore critico italiano dei nostri anni – riassumere l’universo pirandelliano come un diuturno servaggio in un mondo senza musica, sospesa ad un’infinità possibilità musicale: all’intatta ed appagata musica dell’uomo solo.
Credevo di aver ripercorso, à rebours, tutta una catena di casualità: e di essere riapprodato, uomo solo, all’infinita possibilità musicale di certi momenti dell’infanzia, dell’adolescenza […] E per tante ragioni, non ultima quella di essere nato e per anni vissuto in luoghi pirandelliani, tra personaggi pirandelliani, con traumi pirandelliani (al punto che tra le pagine dello scrittore e la vita che avevo vissuto fin oltre la giovinezza non c’era più scarto, e nella memoria e nei sentimenti)

Il critico al quale rimandava il lettore è Giacomo De Benedetti, mentre l’universo pirandelliano rievocava la sua Sicilia, assunta nella sua prosa come metafora di una condizione universale, ripercorsa in pagine e pagine di rara lucidità e ineguagliato sdegno civile. Questo spiega anche perché, già nel 1961, con Il giorno della civetta, aveva potuto presentire quanto ancora oggi in molti si ostinano a negare:

Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed e già, oltre Roma.

Una deriva nutrita di sfiducia nella forza delle idee, alimentata dalla rassegnazione rispetto al corso degli eventi per cui si tendeva ad escludere, in Sicilia come nel resto della penisola, la possibilità di un mondo altro e diverso 

Né si trattava di divagazioni letterarie ma di analisi scaturite dall’inesausta inclinazione ad andare “oltre il fatto e scoprire il fondo, il senso delle vicende e degli uomini”, senza mai arretrare neanche di fronte all’involuzione di una democrazia minacciata nei suoi fondamenti essenziali.

Cronaca di un tempo passato o fotografia di un eterno presente?

(Qualche cenno a Sciascia nei nostri titoli in Giacomo Pozzi Bellini, Viaggio in Sicilia, estate 1940)

 

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