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  • Musica e tradizione orale in Salento

    Musica e tradizione orale in Salento

    Le registrazioni di A. Lomax e D. Carpitella (1954) di M. Agamennone

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Venerdì, 24 Aprile 2015

All'Auditorium Parco della musica di Roma, la mostra Roberto Leydi e il Sentite buona gente

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Fino al 17 maggio 
MUSA-Museo Strumenti Musicali, Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Auditorium Parco della Musica di Roma, Viale De Coubertin
Ingresso libero
Dal lunedì al venerdì: 11-17; sabato e domenica: 11-18; chiuso il giovedì

Nell’intreccio di suoni e immagini, la mostra ripercorre le diverse fasi di realizzazione del Sentite buona gente, dalle preliminari ricognizioni sul campo fino alla sua messa in scena sul palco del Lirico di Milano. Alle fotografie di Luigi Ciminaghi e di Alberto Negrin si accompagnano così le conversazioni con gli interpreti, che illustrano peculiarità, contesti ed occasioni dei loro canti e balli, mentre gli autori –in video o in voce- spiegano il senso di questa loro esperienza. Nella saletta attigua alla mostra è possibile vedere l’inedita riduzione televisiva dello spettacolo, realizzata da Lino Procacci per la RAI di Milano e mai trasmessa sugli schermi nazionali.


Curato da Roberto Leydi, con la consulenza di Diego Carpitella e la regia di Alberto Negrin, per la stagione 1966-67 del Piccolo Teatro di MIlano, lo spettacolo si contrapponeva al Ci ragiono e canto di Dario Fo in quanto intendeva attestare l'esistenza di una cultura musicale 'altra' attraverso la viva voce dei suoi protagonisti, senza gravami ideologici né mediazioni di interpreti borghesi. Esibendosi con una disinvoltura insospettabile in contadini e pastori, quei cantori, provenienti da sei regioni italiane, non delusero le attese. I musici terapeuti del Salento, le sorelle Bettinelli di Ripalta Cremasca, i cantori di Carpino, la Compagnia Sacco di Ceriana, i suonatori di Maracalagonis, gli spadonari di Venaus, i musicisti e danzatori di San Giorgio di Resia e i tenores di Orgosolo con Peppino Marotto offrirono una meravigliosa testimonianza attorno all'esistenza di una tradizione misconosciuta dalla cultura ufficiale e una superba riprova del carattere originale dei loro repertori,


Una mostra da visitare concedendosi il tempo di gustare il progressivo definirsi di un progetto condiviso e “partecipato” tra autori e interpreti che, nelle preliminari ricognizioni sul campo, preparano assieme la sceneggiatura dello spettacolo. Sono gli stessi esecutori a fornire spiegazioni particolareggiate attorno all’originalità dei loro repertori, a indicare il loro impegno nella ripresa e valorizzazione di canti e musiche caduti da tempo in disuso o ormai defunzionalizzati, a definire il loro status di “professionisti”, soliti ad esibirsi anche fuori dai contesti di appartenenza, a volte anche oltre i confini nazionali, e tanto consapevoli del loro valore da discutere con sprezzatura i termini del loro “ingaggio”.


Dialoghi che provano magnificamente la “spettacolarità universale” delle scholae cantorum della tradizione, capaci di riproporre i propri saperi musicali senza disagio per il contesto teatrale e senza correre il rischio della stilizzazione e del falso: ad affermarlo, all’epoca, non era solo Leydi ma anche Carpitella … 

 


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Domenico Ferraro, Roberto Leydi e il Sentite buona gente. Musiche e culture nel secondo dopoguerra 

  

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